Per quanto possa apparire rituale, perché in questa giornata in tanti si sperticheranno, e anch’io potrei essere tra quelli, nell’affermare che occorra fare di più per eliminare ogni azione e pensiero violento contro le donne, ritengo comunque doveroso esprimere tale aspettativa, non dimenticando a me stesso che se, a parole, trova tanti d’accordo, però poi, sul terreno dei fatti, ancora le soluzioni arrancano, rischiando non poche volte di trasformarsi in ripetuti slogan o in mere rappresentazione ideologiche, addirittura in schieramenti partitici, insomma in una ulteriore occasione di scomposizione della società, così di fatto sabotando l’importanza sociale del tema e perfino favorendo una banalizzazione del fenomeno.
Ritengo, inoltre, che sia un grave errore circoscriverlo esclusivamente sul piano delle condotte penalmente rilevanti e verso le quali, parrebbe, le pene risulterebbero ancora comunque blande, inadeguate, inefficaci per cui andrebbero ulteriormente appesantite.
Non credo, infatti, che il problema possa essere risolto innalzando esclusivamente le pene detentive e affrontandolo in termini prevalentemente securitari, perché, occorre ricordarlo, la responsabilità penale è sempre personale, riguarda il singolo ed i singoli, anche allorquando agiscano congiuntamente o disgiuntamente nei confronti di una donna, semmai perfino in tempi diversi e dilatati nella loro ripetitività, per cui si orienterebbe l’attenzione della collettività verso i pochi o tanti criminali, ma non ad un modo di essere, pure oggi, della società, o di una parte influente della stessa, e di come, in tanti contesti, mostri di volere apparire.
Rappresentare come il tema della prevenzione e del contrasto ad ogni forma di violenza contro le donne continui ad essere, invece, un problema sociale aperto, anzi una voragine che, nonostante i tanti sforzi che le istituzioni sembrano porre in essere, rimane lì, pronta ad ingoiare la prossima malcapitata, deve indurci ad un esame di coscienza e a porci una domanda: facciamo noi, ogni giorno, qualcosa di concreto per favorire una cultura diversa che abborrisca davvero ogni pensiero violento contro le donne ? e come si declinano e sono riconoscibili le forme di violenza che pure dovremmo contrastare ?
E lì dove la violenza pure si manifesti, cosa facciamo, come Istituzioni e in modo corale, affinché, le vittime, se sopravvissute, possano recuperare fiducia nella società e, probabilmente, anche in sé stesse ?
Il tema è complesso e pone a nudo le nostre fragilità di società e le stesse nostre storie di comunità.
Non si tratta qui di affermare, ancora una volta, che occorra un maggior numero di “case rifugio” per quante vogliano ricostruire, lontano dai contesti di violenza subita e dalle persone che le hanno perpetrate, una vita diversa, libera, piena, dove sognare è legittimo.
Non si tratta soltanto di immaginare interventi di maggiore portata economica che supportino quella realtà del privato sociale alle quali, spesso, e in modo esclusivo, abbiamo demandato le azioni di cura e presa in carico delle vittime, non si tratta soltanto di pensare di prevedere un minimo di sollievo economico a quante, non essendo percettrici di reddito, siano di fatto costrette a convivere con il vigliacco violento, soprattutto ove vi siano dei figli, impedendo alle stesse di allontanarsi dall’autore o dagli autori del reato.
Ma si tratta anche di saper intervenire come società civile, libera, davvero democratica, per sanare le cicatrici che rimangono sul corpo e sullo spirito delle donne maltrattate, non essendo sufficiente che tali pratiche, difficilissime, siano demandate al solo impegno di operatori e operatrici sociali fortemente motivate e dotate di grandi professionalità, oltre che di una speciale passione civile di cura e di aiuto verso le persone in difficoltà.
Al riguardo mi piace pensare alla filosofia del kintsugi, quell’antica arte, apparentemente folle, che si basa sull’idea giapponese di riparare con l’oro (“kin” oro, “tsugi” riunire) gli oggetti rotti, in particolare le ceramiche, quei piatti o quei vasi che, nella nostra cultura consumisticia, una volta segnati da incrinature o altro vanno subito buttati via, perché brutti da vedere, se non anche pericolosi per la salute.
Ebbene la nostra capacità di società che “sente”, che si commuove e che agisce, dovrebbe prendere esempio da quell’arte, al fine di aiutare le vittime della violenza a non nascondere le crepe subite, perché quegli squarci, quelle incrinature non sono soltanto loro ma di tutta la società, che deve anch’essa imparare a saper soffrire con esse e, nel contempo, aiutarle, sanando le ferite nella consapevolezza che, pur riparandole, non potranno mai essere cancellate.
L’oro della solidarietà, l’argento della parola, il platino della compassione, saranno i metalli preziosi da impiegare, trasformando quelle cicatrici in segni di forze e bellezza, di aiuto concreto e condivisione.
La resilienza delle donne che hanno subito violenza dovrà trasformarsi in rifiuto categorico e collettivo di ogni espressione culturale violenta, soprattutto di quella nascosta, subliminale, che si manifesta anche attraverso forme di comunicazione o perfino di arte perversa, soprattutto quella musicale, dove attrattivo diventa il messaggio violento, dove perfino si osanna il maltrattamento verso le donne, viste ancora una volta come orpello del maschio dominante.
Certo che esistono pure ulteriori forme di violenza verso le donne, veicolate attraverso l’uso e l’abuso delle moderne tecnologie, dando vita ad ampio ventaglio di reati che si riferiscono alla dimensione Cyber del crimine, ma è soprattutto nella nostra cultura di popolo, di famiglia, di comunità che occorre rafforzare una reale rivoluzione sociale, e questo lo dobbiamo alle nostre donne, alle madri, alle nostre figlie, alle nostre nipoti, ma anche a tutte le madri, a tutte le compagne, a tutte le bambine, nessuna esclusa, delle nostre comunità, che siano native o di adozione, perché ogni potenziale violenza verso di loro si rafforza anche grazie ad ogni nostra superficialità, indifferenza, disinteresse, perché siamo convinti che non possa capitare anche a noi, non comprendendo che proprio così favoriamo il ripetersi di un dramma che non è soltanto delle donne ma di tutta la società.
Poco importa che si tratti di un dramma condiviso anche a livello mondiale, l’insieme qui non diventa forza sociale ma si trasforma nel primato della debolezza.
Il Garante regionale dei diritti della persona
Enrico Sbriglia
P.S.: notizie utili per come si diventi “tutori volontari” per MSNA potranno essere acquisite interpellando l’Ufficio del Garante Regionale dei diritti della Persona e l’Associazione dei Tutori Volontari del Friuli Venezia Giulia, Pres. Matteo Felci
25 novembre – Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

