COMUNICATO STAMPA ACMID DONNA ONLUS Associazione Donne Marocchine in Italia. Caso Carabella: “Il Parco Piraghetto è pubblico. Il Comune chiarisca autorizzazioni, imam e associazione di riferimento” Condividiamo le contestazioni sollevate da Simone Carabella: il punto non è la libertà religiosa, ma l’utilizzo di uno spazio pubblico. Se il Parco Piraghetto viene occupato ogni venerdì per una preghiera collettiva, il Comune deve spiegare con quale autorizzazione e a quali condizioni. Abbiamo seguito attentamente la vicenda del Parco Piraghetto e abbiamo visionato i video circolati in questi giorni. La nostra posizione è chiara: condividiamo le domande e le contestazioni sollevate da Simone Carabella sull’utilizzo del parco pubblico. E proprio perché consideriamo importante discutere questa vicenda seriamente, crediamo sia necessario partire dai fatti. Non condividiamo le ricostruzioni secondo cui Carabella avrebbe insultato i fedeli: nei video che abbiamo visionato non vediamo elementi che consentano di sostenere questa accusa. Si può giudicare il suo modo di protestare, ma non si possono attribuire alle persone comportamenti che le immagini non dimostrano. Il problema vero, però, è un altro e riguarda il Parco Piraghetto. Un giardino pubblico è uno spazio della collettività. Ci si va per passeggiare, per stare all’aperto, per portare i bambini, per incontrarsi. Non è uno spazio che una comunità può considerare proprio e utilizzare periodicamente per una funzione collettiva senza che sia chiaro quale sia il titolo amministrativo che lo consente. La libertà di culto è un diritto costituzionale e nessuno lo mette in discussione. Ma qui non si discute del diritto di una persona a pregare. Si discute dell’organizzazione di una preghiera collettiva e ricorrente in uno spazio pubblico. Ed è qui che entra in gioco l’occupazione del suolo pubblico. La domanda che il Comune di Venezia deve affrontare è elementare: è stata presentata una richiesta per occupare il Parco Piraghetto durante la preghiera del venerdì? È stata rilasciata un’autorizzazione? Chi l’ha concessa? Quale area è stata autorizzata e per quanto tempo? È una domanda che avremmo fatto esattamente allo stesso modo se al posto della comunità musulmana ci fosse stata un’associazione italiana o un gruppo politico. Le regole sull’utilizzo dello spazio pubblico devono essere uguali per tutti. Se un’associazione vuole organizzare una manifestazione, deve chiedere le autorizzazioni previste. Se una confessione religiosa vuole utilizzare un’area pubblica per una celebrazione organizzata, deve rispettare le stesse regole. Non può esistere un’eccezione soltanto perché l’attività svolta è una preghiera. E c’è un altro elemento che non può essere ignorato. Se durante la preghiera alcuni cittadini, comprese delle ragazze, sono stati invitati ad allontanarsi dal luogo, bisogna chiarire chi lo abbia fatto e con quale autorità. Un gruppo che utilizza un parco pubblico non può trasformarsi nel proprietario del parco né decidere autonomamente chi abbia diritto a frequentarlo. Questo è il punto sul quale condividiamo la posizione di Carabella: il diritto di una comunità non può diventare il diritto di escludere gli altri cittadini da uno spazio pubblico. Occorre pretendere il rispetto delle regole e chi pensa che su queste regole si possa sorvolare, sbaglia! C’è poi un ulteriore aspetto che, come ACMID DONNA ONLUS, riteniamo meriti un chiarimento. Nel 2017 il Ministero dell’Interno ha promosso e sottoscritto con le principali associazioni islamiche il Patto Nazionale per un Islam Italiano, nel quale è previsto, tra gli altri impegni, che il sermone del venerdì sia svolto o tradotto in italiano e che siano resi pubblici i nomi degli imam e delle figure religiose di riferimento. Nel caso specifico del Parco Piraghetto, dalle immagini e dalle informazioni circolate risulta invece che durante quella preghiera collettiva veniva utilizzata una lingua straniera. Proprio per questo riteniamo legittimo chiedere alle istituzioni e ai responsabili della comunità interessata un chiarimento: chi era l’imam che guidava la preghiera, quale associazione o comunità rappresentava le persone presenti nel parco e che cosa veniva detto durante il sermone? Non chiediamo privilegi né intendiamo mettere in discussione la libertà religiosa. Chiediamo trasparenza. Se una comunità organizza periodicamente una preghiera collettiva in uno spazio pubblico, è ragionevole che siano conoscibili il soggetto che la organizza, il responsabile religioso e il titolo in base al quale viene utilizzato quello spazio. La trasparenza non è un attacco alla religione: è una garanzia per tutti. Lo stesso ragionamento vale per i luoghi di culto e per i centri culturali islamici presenti nelle nostre città, compresa l’associazione fantomatica islamica di Roma che chiede il Daspo anche a Roma. Chiedere controlli sui bilanci, sulla destinazione d’uso degli immobili, sulla sicurezza, sulla capienza e sulle attività effettivamente svolte non significa criminalizzare una religione.Significa chiedere alle istituzioni di fare il proprio lavoro. E se emergessero elementi concreti relativi ad attività illegali o di propaganda estremista, le autorità dovrebbero intervenire con gli strumenti previsti dalla legge. Né tolleranza indiscriminata né controlli ideologici: semplicemente, rispetto della legge. Per questo riteniamo che il provvedimento nei confronti di Carabella non possa chiudere la questione. Allontanare chi protesta non risponde alla domanda fondamentale. Chi ha autorizzato l’utilizzo del Parco Piraghetto per la preghiera collettiva del venerdì? Se esiste un’autorizzazione, il Comune la renda pubblica e spieghi ai cittadini quali siano le condizioni. Chiediamo inoltre che la Procura indaghi sull’accaduto. ACMID DONNA ONLUS

