Artemisia Gentileschi: l’arte al femminile, storia di un’emancipazione.



Muse ispiratrici di innumerevoli artisti di ogni epoca e icone di bellezza, le donne hanno tuttavia faticato molto ad affermarsi nel campo dell’arte come protagoniste dell’attività creativa. Il loro riconoscimento professionale è passato attraverso un cammino lungo secoli, lento e difficile. Dopo aver subito per molto tempo limitazioni alla propria libertà espressiva, nonostante le restrizioni, alcune seppero imporsi sulla scena artistica guadagnando fama al pari dei colleghi uomini. Parlare di artiste e non di donne è forse la maniera migliore per non incorrere in alcun pregiudizio sulla sessualità dell’arte e mettere in luce i sacrifici, le difficoltà e gli ostacoli affrontati per conquistare la propria libertà d’espressione rispetto alle convenzioni sociali e ad una presunta inferiorità. Figure femminili offuscate da una storiografia che, con rare eccezioni ha sempre privilegiato l’arte al maschile e che, quando si è ricordata delle artiste, spesso lo ha fatto in virtù dell’essere state figlie, mogli o sorelle di più celebri artisti; oppure per le loro travagliate vicende biografiche che hanno preso il sopravvento rispetto all’opera. Un caso emblematico è quello di Artemisia Gentileschi, più spesso nota per essere stata sottoposta ad un umiliante processo dopo aver denunciato il pittore Agostino Tassi che l’aveva stuprata. Figlia di Orazio Gentileschi, amico e seguace del Caravaggio, fu un esempio anzitempo di artista combattiva e indipendente ed anche la prima donna ad entrare nell’Accademia del Disegno di Firenze sorta nel 1562. Il padre ne intuì l’abilità e le insegnò il mestiere. Le trasmetterà l’ammirazione per il Caravaggio, in quegli anni impegnato a Roma alla Basilica di Santa Maria del Popolo e nella Chiesa di S. Luigi dei Francesi. Artemisia crebbe fra Piazza del Popolo e Piazza di Spagna, nel quartiere dei pittori. Oltre duemila artisti di ogni parte d’Europa riuniti entro uno spazio di soli cinque chilometri. Pittori, scultori, doratori, ricamatori e orafi giungevano qui per raffinare l’arte ed anche per fare fortuna. Artemisia esordì a diciassette anni con la tela Susanna e i Vecchioni (1610), Orazio la elogiò. La critica associò gli sguardi lubrichi dei due al complesso rapporto di Artemisia con il padre e con Agostino Tassi conosciuto per il vizio di prendere le donne con la forza. Scoppiò lo scandalo quando padre e figlia denunciarono l’aggressione. Nonostante al processo emergesse la verità, Artemisia sarà reputata donna di facili costumi, svillaneggiata da un pubblico processo che si protrasse per vari mesi. Sottoposta anche alla tortura dello schiacciamento dei pollici, Artemisia fu indotta a confessare la dolorosa e prolungata esperienza. Nascose nelle tele il sentimento di vendetta. Dopo “il fattaccio” lasciò Roma per Firenze e si sposò con un certo Pierantonio Stiattesi disposto al matrimonio riparatore. Nella nuova città intrecciò rapporti con gli artisti più stimati del tempo, conquistò la protezione di persone influenti a cominciare dal Granduca Cosimo II de’ Medici. Conobbe Galileo Galilei. Il periodo fiorentino dunque fu particolarmente fecondo. Un successo artistico che non coprì i debiti contratti per il dispendioso tenore di vita, da qui la decisione nel 1621 di tornare a Roma in modo definitivo. Roma non la prese in considerazione per commesse ricche, l’apprezzò come ritrattista abile soprattutto nella rappresentazione di scene bibliche. Decise di recarsi a Napoli ricca di fermenti dove erano passati geni come Caravaggio, Annibale Carracci, Josè de Ribera, Domenichino. Dipinse per la cattedrale di Pozzuoli tele dedicate alla Vita di San Gennaro, poi opere come la Nascita di San Giovanni Battista, Corisca e il Satiro, dimostrando di sapersi cimentare in altri soggetti oltre quelli biblici. Intanto Orazio Gentileschi era diventato pittore di re Carlo I a Londra. Artemisia raggiunse il padre sollecitata da Carlo I incuriosito dalla sua storia artistica e personale. Padre e figlia si trovarono a collaborare di nuovo insieme ma il sodalizio si interruppe nel 1639 per la morte improvvisa di Orazio. Da questo momento Artemisia ebbe a Londra un’attività autonoma. Concluse la vita a Napoli dove morì nel 1653. Giudicata da Longhi “l’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura e colore e impasto e simili essenzialità” come artista avrebbe meritato maggiore fama, ma i suoi precedenti ne limitarono la carriera. La sua lotta contro i pregiudizi, la forte personalità e il talento non furono sufficienti a liberarla dai lacci che la incatenavano come donna e come artista.

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