Accusata di parricidio, torturata e condannata a morte. A distanza di quattro secoli Beatrice Cenci è ricordata come l’immagine della Roma sanguinaria e corrotta del ‘500. Bella, appassionata, sfortunata in vita. Fortunatissima dopo la morte, amata da illustri personaggi e osannata dal popolo che attraverso i secoli l’ha consacrata eroina, simbolo dello scontro tra il Papa e i laici. Beatrice Cenci appartiene alla verità e alla leggenda entrambe utili per non dimenticarla. Il tempo in cui si svolsero i fatti, i personaggi coinvolti, lo stesso andamento del processo non permisero un sereno e obbiettivo giudizio. In un clima da guelfi e ghibellini il papa e i Cenci indicarono due opposte ideologie: con la Chiesa o contro di lei. La mattina dell’11 settembre alle ore 9.30 i ministri della giustizia prelevarono dalle carceri di Tordinona i fratelli di Beatrice Giacomo e Bernardo per essere condotti al patibolo. La triste processione giungeva poi a Corte Savella per prelevare anche Beatrice. Le vie attraversate erano le più belle e popolate di Roma, ricche di palazzi dalle cui finestre si affacciava un numero incredibile di persone mentre altrettante si riversavano come un fiume verso la piazza di Ponte Sant’Angelo, luogo del supplizio. Beatrice che appariva più giovane della sua età, era oggetto di grande commozione soprattutto da parte delle donne. La gente parteggiava per i Cenci rimproverando al papa Clemente VIII di non aver voluto difendere questa famiglia e di non aver ascoltato le ragioni della povera fanciulla oltraggiata dalle voglie e dalle crudeltà paterne. Beatrice più di tutti suscitava compassione: bella con la sua grazia infantile, i lunghi capelli biondi affrontava con coraggio e fierezza il supplizio. A Ponte Sant’Angelo, sulla riva sinistra del Tevere, la gente accalcata, rumorosa e vociante in quel giorno di caldo eccezionale, sotto un sole rovente in cui morirono alcune persone, fece silenzio appena vide il corteo dei condannati a morte. Beatrice invocando il nome di Gesù e Maria poggiò la testa sul ceppo poi deposta su un piatto d’argento e sepolta accanto al corpo in un loculo dell’abside di San Pietro in Montorio. Tra le tante leggende suscitate, una riferisce di Napoleone che arrivato a Roma, commosso dalla vicenda della giovane e bella fanciulla, abbia voluto portare via la testa per conservarla a Parigi in una teca di cristallo. Beatrice ha prestato il fianco a numerosi artisti. Nel volto dipinto da Guido Reni pare 24 ore prima della decapitazione appare dolce e rassegnata, triste e distaccata. Una donna dunque che cavalca i secoli lasciando dietro di sé le lordure di un’epoca dove corruzione e ferocia avevano coinvolto anche le sfere religiose. Il papa Aldobrandini, Clemente VIII, incerto se riportare Roma alla severità dei costumi o contribuire ad aumentare il lusso e la pompa che tanto amava anche lui, si volle riabilitare infliggendo due drastiche ed esemplari condanne: Beatrice Cenci e Giordano Bruno. Ma di cosa si macchiò la povera Beatrice? Francesco Cenci padre di Beatrice aveva un’indole violenta e perversa. Scellerato al punto di sfogare la sua brutalità contro la servitù, maschi e femmine, senza distinzione. La piccola Beatrice dopo il periodo sereno e spensierato trascorso in convento fece ritorno in famiglia dove il padre le piombò addosso con il proposito di violentarla. Lei si sottrasse con tutta la forza e fuggì tra i canneti del Tevere. Le voglie bestiali di Francesco Cenci non cessarono mai. Violentò perfino una povera sordomuta che poi picchiò a sangue. Questa volta non evitò la galera e per due anni si respirò aria pura a casa. Poi i centomila scudi passati sotto il naso di Clemente VIII furono la garanzia della semilibertà, degli arresti domiciliari del Cenci, duranti i quali continuò l’opera interrotta. Tra le montagne dell’Abruzzo, alla Rocca Petrella dove era rinchiuso Francesco Cenci che aveva fatto venire lì anche la moglie e la figlia, si consumò il delitto. All’alba del 9 settembre del 1598 il Cenci fu ucciso nel suo letto con un martello e uno stenterello per la pasta. La versione ufficiale fu quella della caduta accidentale attraverso un buco aperto sul balcone che dava sull’orto della Rocca. Prendendo una boccata d’aria, Francesco ancora insonnolito, cadde senza accorgersene. Le autorità non credettero a questa versione. La macchina della giustizia si mise in moto. Riesumato il cadavere fu chiaro che il Cenci non morì di morte accidentale ma per sfondamento del cranio. Gli atti del processo costituiscono la fonte principale della vicenda. La giustizia si accanì contro Beatrice che non era stata l’esecutrice materiale. Gli assassini furono Olimpio Calvetti già staffiere e armigero di Marcantonio Colonna che si vociferava fosse l’amante di Beatrice e il suo complice Marzio Catalano. L’interrogatorio non piegava Beatrice, la tortura la sopportava a testa alta. Era lucida, logica, sapeva sviare i trabocchetti. Il padre tutto istinto, lei tutta razionalità. Che orgoglio! Che tempra! Che forza! Con la condanna di Giacomo, Bernardo e Beatrice si chiude l’epoca dei Cenci i cui figli non furono i mandanti del delitto. Beatrice mai avrebbe immaginato che il suo venerato pontefice, da lei considerato alla stregua d’un padre saggio e giusto, cui aveva fatto pervenire la sua richiesta d’aiuto, rimanesse sordo alle sue tribolazioni e alle sue invocazioni di aiuto.

