Articolo pubblicato dal quotidiano Il Tempo
Ceuta è più di una semplice frontiera. È una cerniera geopolitica tra Europa e Maghreb, dove la questione migratoria si sovrappone alla competizione tra Marocco e Algeria e alla crescente dipendenza europea dagli interlocutori nordafricani. L’afflusso improvviso di migranti verso l’enclave spagnola ha mostrato quanto sia sottile la linea che separa una crisi locale da una crisi europea. Ceuta è territorio spagnolo e quindi frontiera dell’Unione, ma si trova in Africa, circondata dal territorio marocchino. La sua vulnerabilità è dunque strutturale, con Madrid che difende una frontiera europea che, geograficamente, non coincide con il continente europeo. Il Marocco conosce bene questa asimmetria. Il controllo dei flussi verso Ceuta e Melilla costituisce una delle principali leve di Rabat nei rapporti con Madrid e con Bruxelles. Il Ministero dell’Interno marocchino ha ricondotto l’ondata a un intreccio di disinformazione, reti di traffico, informazioni fuorvianti circolate tra i migranti, sottolineando al tempo stesso l’ampiezza delle operazioni di contenimento svolte dalle autorità. La lettura di Rabat è significativa, perché la frontiera va ben oltre la semplice questione di ordine pubblico e diventa uno spazio dominato da interessi politici, reti transnazionali e strumenti di pressione. È precisamente qui che la migrazione assume una dimensione geopolitica. Il Ministero degli Esteri marocchino ha più volte insistito sulla natura strategica della relazione con Madrid, sostenendo che la cooperazione migratoria debba essere inserita nel quadro complessivo delle relazioni bilaterali. Per Rabat, dunque, la gestione della frontiera è parte di un negoziato più ampio nel quale entrano sicurezza, commercio, Sahara occidentale e rapporti con l’Europa. Il dossier migratorio si intreccia così con la rivalità marocchino-algerina. Il Sahara occidentale resta il principale punto di frizione tra Rabat e Algeri e condiziona le scelte europee nel Mediterraneo occidentale. La Spagna, per posizione geografica e interessi economici, è particolarmente esposta, trovandosi a dover mantenere un rapporto funzionale con il Marocco senza compromettere le relazioni con l’Algeria, interlocutore decisivo sul piano energetico. È qui che il Mediterraneo occidentale assume un respiro strategico più ampio. Gas, migrazioni, sicurezza e controllo delle rotte non sono dossier separati. Sono leve interdipendenti attraverso cui gli Stati della regione negoziano il proprio peso nei confronti dell’Europa. La crisi di Ceuta mette infine in luce un problema strutturale dell’Unione. La frontiera meridionale europea resta in larga misura affidata agli Stati che la presidiano direttamente, mentre Bruxelles fatica a trasformare la gestione migratoria in una vera politica strategica comune. Il risultato è una dipendenza crescente dagli accordi bilaterali con i Paesi del Nord Africa. Ceuta è quindi un punto piccolo sulla carta ma grande nella geopolitica mediterranea. La sua crisi dimostra che il controllo delle frontiere non appartiene più soltanto alla dimensione della sicurezza, essendosi trasformato in un vero e proprio strumento di potere. E finché l’Europa non riuscirà a governare con una strategia unitaria il rapporto con il Maghreb, ogni pressione su una delle sue frontiere esterne potrà trasformarsi in una prova della sua vulnerabilità.

