CORPI DIGITALI E VIOLENZA SILENZIOSA: L’OGGETTIVAZIONE FEMMINILE NEL PANORAMA ITALIANO


Il panorama digitale italiano si configura come un teatro di fenomeni complessi, al cui centro si trovano la mercificazione e l’oggettivazione del corpo femminile. Questo fenomeno si manifesta in una duplice dinamica: da un lato, la diffusione non consensuale di immagini intime (NCII) e, dall’altro, la crescente tendenza all’auto-oggettivazione da parte di donne e ragazze che espongono il proprio corpo online in modi sessualizzati per ottenere validazione sociale. Per tali ragioni è fondamentale inquadrare la violenza di genere online come un’estensione della violenza “offline”, in un continuum in cui le tecnologie digitali e il genere si influenzano reciprocamente, riflettendo e amplificando le strutture sociali e culturali esistenti. Questo fenomeno è particolarmente allarmante in Italia, dove una ricerca ha rivelato la tendenza a normalizzare la violenza digitale, con una diffusa cultura del “victim-blaming” in cui le vittime vengono responsabilizzate per ciò che hanno subito. La presentazione di sé in modi sessualizzati, in questo contesto, può non essere una scelta completamente libera, ma una risposta condizionata per ottenere il controllo sul proprio corpo o per raggiungere notorietà in un ambiente che premia l’esposizione. Il principio fondamentale che deve guidare l’analisi è che il corpo di una donna, sia essa un personaggio pubblico o privato, appartiene unicamente a lei, e il diritto alla privacy e alla protezione dell’immagine rimane inalienabile. La NCII è una forma di abuso con conseguenze devastanti. Sebbene il termine “revenge porn” sia popolare, è considerato limitante perché implica una motivazione di “vendetta” che non sempre è presente e può contribuire a incolpare la vittima. La ricerca criminologica suggerisce motivazioni più ampie, come la ricerca di notorietà o il semplice “scherzo”. In Italia, il reato di “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti” (articolo 612-ter del Codice Penale) è stato introdotto nel 2019, ma alcuni studiosi ne evidenziano la debolezza, poiché il legislatore si è attenuto a una definizione ristretta di “revenge porn”, non coprendo le motivazioni più complesse del crimine. La violenza in rete è facilitata dalla distanza virtuale e dall’anonimato digitale, che agiscono come catalizzatori psicologici. Questo ambiente porta le persone a vedere gli altri come “semplici avatar o profili”, un moral disengagement noto come deumanizzazione della vittima. Questo distacco emotivo riduce la vittima a un oggetto, permettendo la perpetrazione di azioni che sarebbero “normalmente impensabili su esseri umani”. Le conseguenze per le vittime di NCII e cyberstalking sono spesso irreversibili, causando umiliazione, senso di impotenza, ansia, paura e isolamento sociale. La natura persistente e pubblica della violenza online, con un’infinita platea di “spettatori”, aggrava il senso di tormento. La percezione che il “consenso” della vittima possa giustificare l’abuso è una distorsione pericolosa. La giurisprudenza italiana è chiara: il consenso agli atti sessuali deve perdurare per l’intero rapporto “senza soluzione di continuità”. Sul piano psicologico, il “consenso delle donne” può essere in realtà “solo rassegnazione” di fronte a condizioni che rendono il rifiuto difficile. Il senso di “autorizzazione” all’abuso da parte dell’osservatore è alimentato dalla deumanizzazione meccanicistica in ambiente online, che riduce la persona a un “automa” incapace di provare emozioni. A questo si aggiunge l’influenza della pornografia, che spesso veicola messaggi violenti e irrealistici e ha dimostrato di essere correlata a un aumento di atteggiamenti sessisti e ostilità verso le donne, specialmente in individui con bassi livelli di “amicalità”. La convinzione che i personaggi pubblici abbiano un diritto affievolito sulla propria immagine è spesso erroneamente interpretata come una totale assenza di tutela. La giurisprudenza italiana chiarisce che l’esimente della notorietà, che consente la riproduzione di immagini senza consenso, non è una carta bianca. Non si applica alle immagini private, prive di collegamento con l’attività che ha determinato la celebrità, per le quali la persona ha chiaramente esercitato il proprio diritto alla riservatezza. L’utilizzo dell’immagine di un personaggio noto è lecito solo se giustificato da esigenze di pubblica informazione o cronaca. Pertanto, l’esimente della notorietà non può mai giustificare l’uso dell’immagine a fini di lucro o quando rechi pregiudizio all’onore, alla reputazione o al decoro della persona. In questo contesto, la giurisprudenza ha chiarito che il carattere “pornografico” di un’immagine non richiede il compimento di atti sessuali espliciti, ma è sufficiente che essa, per la nudità o l’esposizione di parti intime, sia “idonea ad eccitare le pulsioni erotiche del fruitore”. Questo principio giuridico rafforza la protezione contro la sessualizzazione non autorizzata, dimostrando che la Cassazione tutela esplicitamente i personaggi pubblici anche dall’uso oggettivante della loro immagine, che non ha alcuna attinenza con la loro notorietà.
Studi preliminari sulle vittime di deepfake sessualmente espliciti rivelano che il danno subito è comparabile a quello di una violenza sessuale fisica, manifestandosi con sintomi come disturbo da stress post-traumatico (PTSD), ansia, depressione e perdita di autostima. L’aspetto più insidioso di questo tipo di danno è la sua persistenza. A differenza di un singolo evento traumatico fisico, il contenuto dannoso generato dall’IA continua a esistere e a circolare online, esponendo la vittima a un trauma rinnovato e costante ogni volta che il materiale viene visualizzato o condiviso. Questa dinamica unica erode la fiducia nell’ambiente circostante e può portare a una profonda frammentazione del sé.
La teoria dell’oggettivazione di Fredrickson e Roberts postula che le donne, a causa della costante esposizione a messaggi sessualizzati, imparino a considerare il proprio corpo dalla prospettiva di un osservatore esterno. I social media hanno amplificato questo fenomeno, trasformando l’immagine corporea in un mezzo per ottenere attenzione e successo. Questo processo, noto come auto-oggettivazione, porta alcune donne a trattare il proprio corpo come un oggetto, con il valore personale derivato unicamente dall’apparenza fisica, e non dalle proprie competenze o capacità. Le motivazioni alla base della pubblicazione di immagini sessualizzate sono complesse. Individui con tratti narcisistici utilizzano i social media per l’auto-promozione e la ricerca di validazione. Il feedback positivo, come i “like”, agisce da rinforzo, attivando il circuito della ricompensa cerebrale e creando una spirale di dipendenza che lega l’autostima a metriche esterne. L’auto-oggettivazione ha conseguenze negative, tra cui insoddisfazione corporea, vergogna, ansia e una ridotta consapevolezza di sé. La letteratura scientifica collega l’auto-oggettivazione a un aumento del rischio di insorgenza di disturbi alimentari, depressione e disfunzioni sessuali, oltre a una diminuzione delle prestazioni cognitive.
La violenza di genere digitale, sia nella forma di abuso non consensuale che di auto-oggettivazione, non è un’aberrazione, ma il riflesso di un sistema culturale che da tempo oggettiva il corpo femminile. I due fenomeni sono intrinsecamente legati da un ciclo di normalizzazione e rinforzo psicologico.

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