La guerra del XXI secolo si discosta sempre più dalle categorie tradizionali del diritto internazionale. Conflitti ibridi, attori non statali, operazioni nel cyberspazio e tecnologie autonome sfumano le distinzioni tra pace e guerra, combattenti e civili, ambito interno e internazionale. Questa evoluzione rende incerta la responsabilità e l’attribuzione delle azioni, mettendo in crisi le norme esistenti e imponendo un aggiornamento concettuale e normativo per proteggere le persone coinvolte e contenere la violenza in scenari bellici complessi.
Il mondo oggi affronta un numero record di conflitti: dalla guerra in Ucraina alle crisi in Medio Oriente, Sahel, Corno d’Africa e alcune regioni dell’America Latina. Le conseguenze per i civili sono devastanti: migliaia di morti e feriti, milioni di sfollati e vittime indirette causate da collasso delle infrastrutture, crisi sanitarie e carestie. La guerra non è solo un fenomeno militare, ma una crisi umanitaria che distrugge case, ospedali e servizi essenziali, costringendo intere comunità alla fuga.
Il diritto internazionale è messo a dura prova. Le tradizionali categorie di “combattente”, “civile” e “campo di battaglia” risultano sempre meno efficaci in scenari urbani, con attori ibridi e l’uso di droni, cyber-attacchi e strategie asimmetriche. La sfida è duplice: garantire protezione effettiva alle vittime e aggiornare gli strumenti normativi per riflettere la nuova natura dei conflitti. Nel 2024, oltre 233.000 morti e 100 milioni di sfollati hanno evidenziato quanto la militarizzazione e le tecnologie avanzate rendano gli scontri più letali e difficili da gestire, con frequenti violazioni del diritto internazionale umanitario come bombardamenti indiscriminati, attacchi a infrastrutture civili e ostacoli agli aiuti umanitari.
Il concetto di genocidio emerge sempre più nel dibattito pubblico, rappresentando non solo una categoria giuridica ma anche il peso morale dei crimini estremi contro gruppi umani, richiedendo strumenti internazionali per prevenirli. Già nel 1998, l’Università di Belfast sottolineava la necessità di una criminologia della guerra, capace di analizzare sistematicamente le violenze di massa, i crimini di Stato, gli abusi di genere e l’uso punitivo del controllo sociale in contesti bellici, evidenziando la triade “guerra/crimine/punizione” e la sospensione dei diritti civili, politici e umani.
Il XX secolo, definito da Hobsbawm “età degli estremi”, alternava conquiste scientifiche e sociali a conflitti senza precedenti. Oggi, sebbene i motivi delle guerre siano mutati verso obiettivi economici ed egemonici, le trasformazioni più profonde riguardano il modo in cui la guerra viene combattuta e giustificata. La criminologia della guerra osserva il comportamento criminale sistematico legato a intenti genocidiari, come distruzione di infrastrutture civili, assedi, blocco degli aiuti e deumanizzazione, aiutando a riconoscere schemi ricorrenti di violenza organizzata.
Questa prospettiva consente di interpretare scenari complessi, come gli eventi a Gaza, individuando indicatori di rischio e violazioni del diritto internazionale. La criminologia della guerra si basa su dati concreti — immagini satellitari, prove digitali, testimonianze di medici, operatori umanitari e civili — e contribuisce a ricostruire i modelli operativi, a identificare persecuzioni sistematiche e a fornire elementi agli organismi internazionali per accertare responsabilità, rafforzando la prevenzione di nuove atrocità.
La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, ad esempio, ha esaminato nel 2024 il ricorso del Sudafrica contro Israele per presunta violazione della Convenzione del 1948 sulla prevenzione del genocidio. Questa Convenzione obbliga gli Stati a prevenire e punire il genocidio, e la CIG valuta la responsabilità statale, potendo adottare misure urgenti. In teoria, tribunali e corti dovrebbero integrare i risultati della criminologia della guerra nell’applicazione del diritto internazionale. In pratica, tuttavia, la giustizia internazionale è stata spesso selettiva, colpendo attori deboli mentre Stati più potenti sfuggono al giudizio, compromettendo la credibilità del sistema e la protezione delle vittime.
Rimuovere questa disparità è essenziale per garantire un’applicazione imparziale delle norme, restituendo al diritto internazionale la sua funzione primaria: proteggere chi non ha difese, riconoscere le violenze intenzionali contro civili e prevenire genocidi e crimini di guerra. L’elevato numero di vittime civili, in particolare bambini, testimonia la necessità di un sistema giuridico equo e di strumenti concreti per contrastare dinamiche distruttive e salvaguardare i diritti umani in conflitti sempre più complessi.

