Da Beirut a Khartoum: quando i modelli del potere armato si somigliano in Medio Oriente

di Khaled Omar Youssef Ex ministro degli Affari del Consiglio dei ministri del Sudan Dirigente dell’Alleanza Sumud

In Libano, oggi, il dibattito non riguarda soltanto la politica, ma la natura stessa dello Stato. La domanda che molti libanesi si pongono è semplice e drammatica al tempo stesso: come può uno Stato recuperare pienamente la propria sovranità se una forza politica conserva un arsenale militare autonomo rispetto alle istituzioni pubbliche e detiene, di fatto, il potere di decidere la guerra e la pace al di fuori di esse? Non è una questione soltanto libanese. Da decenni l’Iran ha costruito, in diversi Paesi della regione, una rete di attori armati alleati. Hezbollah, in Libano, rappresenta il caso più noto: un modello politico fondato sulla fusione fra ideologia, potenza militare e influenza regionale. Il meccanismo è tanto semplice quanto pericoloso: un’organizzazione ideologica mantiene una forza armata indipendente all’interno dello Stato, ma subordina le proprie scelte politiche a un progetto regionale più ampio. Con il tempo, lo Stato non agisce più come soggetto sovrano, bensì come campo di battaglia dentro un conflitto che lo supera. E il paradosso è che questo modello, spesso associato ai movimenti sciiti del Levante, si è manifestato in forma ancora più drammatica in Sudan, dove una forza armata ideologica, sostenuta da legami esterni, ha finito per sequestrare lo Stato stesso, trascinandolo in una spirale devastante di complicazioni regionali e internazionali. La rivoluzione del dicembre 2018 non è stata solo una rivolta popolare contro il regime di Omar al-Bashir. È stata un tentativo storico di riportare il Sudan fuori dall’isolamento internazionale prodotto da decenni di governo dell’islam politico. Per oltre trent’anni, il Paese si era trasformato in uno snodo in cui convergevano reti ideologiche, finanziarie e organizzative transnazionali, capaci di collegare movimenti dell’islam politico, gruppi armati e circuiti di finanziamento estesi dal Medio Oriente all’Africa. Ma il Movimento Islamico sudanese, cioè l’espressione sudanese dei Fratelli Musulmani, ha utilizzato i propri quadri radicati nelle istituzioni militari e di sicurezza per rovesciare il processo rivoluzionario nel 2021. Quando non vi è riuscito pienamente, ha contribuito ad alimentare la guerra scoppiata nell’aprile 2023. Da allora, una domanda inquietante è tornata a imporsi: i Fratelli Musulmani riusciranno ancora una volta a sequestrare lo Stato sudanese e a impiegarlo come anello di una rete d’influenza che collega l’Iran ai movimenti dell’islam politico nella regione? Per capirlo, bisogna tornare agli anni Novanta, in quel periodo, Khartoum si trasformò in un centro nevralgico per le attività dei movimenti islamisti transnazionali. Dopo il colpo di Stato del 1989, con cui i Fratelli Musulmani conquistarono il potere, il Sudan divenne punto d’incontro di reti finanziarie e organizzative legate al jihadismo internazionale. Nel 1991 fu creato il Congresso Popolare Arabo e Islamico, che riuniva le varie ramificazioni dei Fratelli Musulmani nella regione insieme a figure di primo piano del jihadismo, come Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri. In quel contesto era presente anche Hezbollah, tramite la propria leadership, il tutto in stretto coordinamento con il regime iraniano. Quella convergenza contribuì a trasformare il Sudan, sequestrato dai Fratelli Musulmani, in una piattaforma del terrorismo internazionale. In quegli anni si collocano il cosiddetto “decennio nero” in Algeria, il tentato assassinio dell’ex presidente egiziano Hosni Mubarak ad Addis Abeba nel 1995, gli attentati contro le ambasciate statunitensi a Nairobi e Dar es Salaam nel 1998 e l’attacco contro la USS Cole ad Aden nel 2000. In quella fase, Khartoum garantì copertura logistica e sostegno politico a una vasta rete di gruppi islamisti con un impatto fortemente destabilizzante. Non a caso, gli Stati Uniti inserirono il Sudan nella lista degli Stati sponsor del terrorismo nel 1993. Quella designazione fu revocata soltanto nel 2020, dopo la caduta del regime islamista. Eppure, dopo il contraccolpo seguito alla rivoluzione, il rischio di una ricaduta è riemerso. Ne è un segnale il caso dell’imprenditore Abdel Basset Hamza, indicato dall’amministrazione statunitense come finanziatore di attività terroristiche e oggetto, nel gennaio 2024, di una taglia da 10 milioni di dollari per informazioni utili alla sua cattura. Per questo, a distanza di anni dalla caduta di Bashir, le stesse paure tornano oggi con forza. Diverse analisi giornalistiche indicano che i quadri del Movimento Islamico estromessi dalla rivoluzione del 2019 si siano riorganizzati approfittando della guerra, infiltrandosi nelle Forze armate sudanesi e negli apparati di sicurezza e intelligence, rafforzando la propria influenza all’interno delle istituzioni e promuovendo, parallelamente, la nascita di fazioni armate autonome, chiaramente connotate sul piano ideologico. La domanda, allora, è inevitabile: la guerra in corso sta forse diventando l’occasione per il ritorno delle reti politiche e finanziarie che hanno governato il Sudan e destabilizzato la sicurezza regionale e internazionale per decenni? La questione, però, non è soltanto sudanese. Il Sudan occupa una posizione geopolitica decisiva sul Mar Rosso, uno dei corridoi marittimi più strategici del mondo. Una quota rilevante del commercio internazionale tra Asia ed Europa passa nei suoi territori. Di conseguenza, un eventuale slittamento del Sudan verso un asse regionale legato all’Iran e alla rete internazionale dei Fratelli Musulmani non sarebbe un semplice mutamento interno: avrebbe conseguenze ben oltre i confini sudanesi. Negli ultimi decenni, l’Iran ha costruito una rete regionale di attori armati che si estende dall’Iraq e dalla Siria al Libano, a Gaza e allo Yemen. La Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione ha svolto un ruolo decisivo nello sviluppo di queste reti e nel sostegno ai suoi alleati, incluso Hezbollah. Se negli anni Novanta il territorio sudanese fu utilizzato come corridoio per il trasferimento di armi verso il Medio Oriente, la geografia del Sudan potrebbe tornare a svolgere oggi una funzione cruciale nel consolidamento di una rete regionale destabilizzante. Non si tratta di una semplice ipotesi teorica. Alcuni segnali in tale direzione sono già emersi con chiarezza. In un video circolato ampiamente, il dirigente islamista Naji Abdullah ha dichiarato che combattenti islamisti sudanesi sarebbero pronti a combattere al fianco dell’Iran nella guerra in corso. Dal canto suo, Gibril Ibrahim, ministro delle Finanze dell’autorità nominata dalle Forze armate, ha sostenuto che la guerra contro il Sudan e l’Iran rientrerebbe in un progetto americano di ridefinizione del Medio Oriente, invitando i popoli della regione a ispirarsi al modello sudanese della “resistenza”. Non si tratta di semplice retorica. Queste parole riflettono un modello politico ormai ben noto nella regione: movimenti ideologici armati che si concepiscono come parte di un progetto sovranazionale e regionale, più che come attori interni a uno Stato. È lo stesso modello che, negli ultimi decenni, ha trasformato il Libano in un’arena di conflitti regionali nei quali i libanesi si sono ritrovati coinvolti senza averli scelti. La lezione libanese, in questo senso, è limpida: quando una formazione armata si colloca al di sopra dello Stato, l’intero Paese diventa ostaggio delle ricadute dei conflitti regionali. I libanesi hanno visto più volte il proprio territorio diventare teatro di scontro a causa di decisioni assunte fuori dalle istituzioni ufficiali. La domanda che oggi si pone al Sudan è ancora più grave: che cosa accade quando a essere sequestrata non è una parte dello Stato, ma la sua intera struttura? La risposta, in realtà, la conosciamo già. Sarebbe un errore fatale assistere allo stesso copione aspettandosi un esito diverso. Il ritorno del controllo dei Fratelli Musulmani sullo Stato sudanese, insieme alla riattivazione di reti di finanziamento legate ai movimenti armati, comprese quelle già associate in passato al sostegno di gruppi terroristici nella regione, riporterebbe il Sudan nell’isolamento internazionale da cui la rivoluzione aveva cercato di liberarlo. Il Paese ha già pagato un prezzo altissimo quando è diventato parte delle guerre per procura e delle rivalità tra assi regionali. E un simile sviluppo non farebbe che aggravare le tensioni già in atto in una regione che non può permettersi nuovi focolai di estremismo e terrorismo. Il futuro del Sudan, così come la difesa della sua unità e della sua sovranità, richiede quindi un consenso attorno a pochi principi essenziali: porre fine immediatamente alla guerra attraverso un processo politico credibile che conduca a una transizione civile e democratica; ricostruire istituzioni che rappresentino il popolo sudanese, non un progetto ideologico; costruire un esercito nazionale, professionale e realmente statale, separato dalla politica e dall’economia e subordinato all’autorità civile; proteggere l’indipendenza della decisione nazionale sudanese impedendo che il Paese venga trasformato in una piattaforma delle rivalità regionali; contrastare, senza ambiguità, tutti i progetti di terrorismo ed estremismo che minacciano la stabilità del Sudan e dell’intera area. Ma la vera domanda, oggi, non è soltanto come finirà la guerra in Sudan. La domanda decisiva è quale Sudan uscirà da questa guerra. Sarà il Sudan che milioni di persone sognavano nelle strade di Khartoum nel 2019: uno Stato civile, sovrano e indipendente nelle sue scelte? Oppure tornerà a essere ciò che era negli anni Novanta: un anello di una rete che si estende da Khartoum a Teheran? La risposta non determinerà soltanto il futuro del Sudan. Potrebbe definire, per gli anni a venire, anche gli equilibri di sicurezza nel Medio Oriente e nel Mar Rosso

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