Cosa resta di un uomo dopo la mafia? La risposta emerge dalla ricostruzione che Gaspare Mutolo – ex
mafioso, oggi collaboratore di giustizia e pittore – fa della propria vita. Un racconto colmo di memoria e
consapevolezza, che come uno dei suoi quadri, restituisce la sua metamorfosi e invita a interrogarsi su ciò
che resta oltre l’organizzazione.
I suoi legami con la malavita iniziano presto. A vent’anni Mutolo entra in carcere per la prima volta per
piccoli furti d’auto. Non aveva ancora compreso che l’officina in cui lavorava apparteneva a un mafioso; lo
capirà solo anni dopo. Racconta che la prigione non lo intimidì: «scopro presto di sentirmi elevato, mi sono
preso di coraggio e personalità». La seconda volta, arrestato per tentata rapina, incontra gli uomini che gli
cambieranno la vita di lì a breve, Totò Riina e Rocco Simiglia. Con loro crea subito un rapporto «di fiducia e
sintonia».
Un sistema tutto interno a Cosa Nostra
Della Palermo di quegli anni Mutolo descrive soprattutto il sistema: un vuoto dello Stato che la mafia
colmava in modo quasi naturale. «I cittadini si rivolgevano al prete o al mafioso per qualsiasi cosa in base
alla competenza», racconta.
In Cosa Nostra non si entrava per scelta. «Ti osservano, si viene studiati attentamente. Quando ti
propongono l’ingresso, sono sicuri che sai fare tutto, principalmente gli omicidi», racconta. L’onore seguiva
una moralità propria, distante dalla nostra idea di “non fare del male”. Riina, durante una conversazione, gli
disse: «mentre ci vogliono 10 minuti a smontare la cassaforte al muro, a uccidere uno ci vuole un secondo».
Una volta che viene assegnato l’ordine di uccidere una persona, «ti fanno capire che quella persona ha
sbagliato, che è cattiva. E tu esegui un ordine».
Mutolo ricorda 29 omicidi con esattezza, ma nel suo ruolo di esecutore spiega: «non ero solo io, io ho fatto
tante cose brutte, ma eravamo in tanti. Uccidere era un compito normale nella mafia». Così come morire
giovani per i mafiosi, motivo per cui non ha avuto paura di collaborare con la giustizia. Continua spiegando
che si limitava ad eseguire gli ordini dei vertici. Ma oltre questi meccanismi, Mutolo riconosce anche una
verità scomoda: «la mafia, nel suo male, ha fatto pure qualche bene, ma era come un anello di sabbia in un
deserto», ammette facendo riferimento ad aiuti e impieghi offerti ad alcuni cittadini.
Politica, carcere e denaro
La politica, secondo Mutolo, ha più volte finito per agevolare la mafia più o meno consapevolmente. «Lo
stato, se volesse, la mafia la distruggerebbe, ma ci convive. Stanno in rapporti che, come dicevano Falcone e
Borsellino, o si fanno la guerra o vanno a braccetto». Negli anni Settanta e Ottanta il carcere era l’esempio
lampante del potere mafioso. «Si comandava sia da dentro che da fuori. Il mafioso comandava, per questo
Riina mi parlava di villeggiatura» alludendo alla prima volta che lo incontrò in carcere.
Con l’introduzione del 41-bis quel sistema si chiude, rendendo più difficile far arrivare ordini all’esterno. Ma
il vero cambiamento arriva secondo Gaspare, a seguito dell’ingresso del traffico della droga. «Il diavolo è il
denaro. Ogni persona si sentiva in grado di comandare». Questo rimane ancora oggi. È la sete di potere a
muovere i potenti e a portare alla morte di tante, troppe persone. «Lo stesso faceva Riina nel suo piccolo».
Il narcotraffico
Mutolo passa dall’essere un killer a un costruttore e trafficante durante gli anni del narcotraffico
internazionale. A segnare questa svolta fu l’incontro, nel carcere di Sulmona, con Koh Bak Kin, un
thailandese arrestato con 20 kg di droga. Mutolo lo descrive come un uomo gentile con cui entra in
confidenza grazie alla pittura. «Io non dipingevo ancora, ma andavo spesso nella sua cella a guardare. Gli
regalavo qualcosa a lui e ai suoi compagni, e per ricambiare mi dava qualche quadrettino».
A Palermo gli dissero: «se un cinese si affeziona a un europeo, è come aprire un rubinetto da cui scende
oro». Da lì nacque un rapporto di fiducia, con frequenti chiamate in codice e carichi di droga sulla parola.
Quest’amicizia ha permesso a Mutolo di entrare nel narcotraffico e nel mondo della costruzione. Da
rapinatore aveva ora tre appartamenti da 140 metri. Ma oltre i soldi e il benessere, arriva anche la
distruzione. «Abbiamo fatto tanto male, i soldi non fanno ragionare nessuno. Quando entri nella droga perdi
la cognizione».
Il pentimento e il rapporto con Riina
Riguardo il suo pentimento, non ne parla infatti come tradimento verso gli ex compagni, ma piuttosto di un
rifiuto. «Non ho tradito la mafia. È stata la mafia a tradire il senso dell’umanità, a perdere umiltà con i
soldi». Fa la differenza con il codice della mafia dei primi tempi, di quando risparmiarono il colonnello
Vincenzo Nicoletti che ammiravano per il coraggio di sacrificarsi per la famiglia. Poi invece i padre stessi
iniziarono a dare l’ordine di uccidere figli. Il comportamento da boia di Riina era motivato dal suo timore di
venire ucciso dai suoi stessi compagni, «senza un perché, solo per il potere, come accadde per i più grandi
mafiosi», ricorda Mutolo.
Molti stringevano alleanze con Riina per paura o convenienza. «Seguivano ciecamente quello che diceva
perché come contropartita c’era la morte». Ma l’ex mafioso ci racconta che se per molti era un Dio, per lui
era un capo, che non avrebbe mai tradito. Di fatti racconta come, ad una conferenza stampa a Roma dopo la
sua morte, alcuni giornali hanno criticato la sua scelta di non dargli contro. «Io non dimentico né il male, né
il bene che mi ha fatto. Non ho saputo mai mettermi completamente contro di lui».
Il mancato sequestro di Silvio Berlusconi
Tra i tanti aneddoti, Mutolo ricorda anche l’incarico – mai portato a termine – di sequestrare Silvio
Berlusconi. Uno degli episodi più discussi della storia dei rapporti tra mafia e imprenditoria. «Aveva tanti
soldi, dovevamo scegliere tra lui e Monti, e si decise Berlusconi, perché era più pratico da prendere a
Milano 2». L’operazione pero venne annullata. Spiega che Marcello Dell’Utri avrebbe capito l’intenzione,
aprendo quindi un trattativa con Cosa Nostra per evitare il rapimento. In quegli anni Vittorio Mangano, “la
bandiera dei palermitani”, garantiva per Berlusconi. Questa è una testimonianza del potere e dei rapporti che
la mafia tesseva con il mondo sociale, basato per l’appunto su convenienza e paura.
Sulla scia di Falcone: un nuovo modello di uomo d’onore
La sua redenzione si dice mossa dall’intenzione di portare a termine il compito iniziato da Falcone e
Borsellino. «Io sono cambiato perché ho preso le sembianze di Giovanni Falcone. Lui perseguitava il male,
non le persone». Tutti lo temevano per la sua intelligenza. Inizialmente racconta di un astio nei suoi confronti
per i numerosi mandati di cattura. Mutolo però cambia idea quando vide che, rispetto agli altri giudici, non
prendeva di mira le famiglie dei mafiosi. Lo iniziò a prendere in simpatia, abituandosi all’idea di sentirsi
“perseguitato”. Come Falcone, credeva nella redenzione, ma al perdono sincero, che «porta a fare di nuovo
cose buone».
Il pentito ci racconta la sua nuova vita come un momento in cui si trova a scontare i suoi peccati: parenti che
non lo hanno più voluto vicino, la morte della moglie. Proprio questo evento, segnò un passaggio importante:
«quando ho perso mia moglie ho capito il dolore che provava una persona quando veniva a mancargli
qualcuno di caro».
Alla domanda «Chi è Gaspare Mutolo oggi?», lui risponde così: «è uno che sta pagando i suoi peccati e che
realmente soffre perché ha perso tante persone care. Oggi porta il suo messaggio, quello di un perdono
ricevuto. Da questo perdono spero qualche giovane ascoltando le mie parole possa salvare i suoi anni
migliori, che io ho perso in carcere». Proprio qui ha iniziato a dipingere per dimenticare e per ricordare
quello che è stato. Ma nei suoi dipinti, vede l’uomo che è ora, lontano “dalla bella vita del mafioso”, ma vicino “all’umanità”



