Mosca sta testando le nostre reazioni, la debolezza di Trump infatti la induce ad alzare la posta.
Nella saga geopolitica contemporanea, la notizia dell’abbattimento di droni russi da parte della Polonia è solo l’ultimo atto di una tragica commedia.
Gli attori principali?
Da un lato la Russia con la sua brutale aggressività, dall’altro la Casa Bianca, che sembra aver smarrito la bussola strategica.
Con l’autunno alle porte, è evidente che la strategia adottata da Trump nei confronti di Mosca sia fallita, come un mago inesperto che esegue trucchi mal riusciti davanti a un pubblico impaziente.
Ci sono voluti otto lunghi mesi, otto interi cicli lunari, per rendersi conto che le aperture diplomatiche nei confronti di Putin avevano solo alimentato la sua arroganza.
La saggista Anne Applebaum ha giustamente sottolineato che i leader europei dovrebbero essere coraggiosi e dire a Washington che il suo approccio è un flop totale.
Ma, ahimè, Trump è come un adolescente in cerca di approvazione: più incline ad ascoltare le lodi che ai richiami della ragione.
Siamo a settembre, e nonostante l’ennesimo ultimatum scaduto, gli Stati Uniti sono rimasti a guardare mentre il mondo si muoveva attorno a loro.
Cosa ha fatto Trump nel frattempo?
Poco più di un nulla. Le sanzioni secondarie all’India sono una di quelle misure che richiedono tempo, come aspettare un treno in ritardo.
E nel frattempo, Modi si avvicina sempre di più alla Cina, rendendo il panorama geopolitico una marionetta nelle mani dei veri burattinai.
L’Europa, intanto, è in preda a una crisi esistenziale.
La Germania sembra una nave alla deriva, incapace di fare una scelta chiara di fronte all’inazione dell’alleato americano.
Perché Berlino si è incartata?
Perché è afflitta da una doppia minaccia: l’insufficienza delle sue forze armate e l’assalto dei populisti, che si nutrono delle insoddisfazioni sociali.
L’Italia, la Francia e la Germania lottano per mantenere a galla governi sempre più fragili, come si fosse in una danza macabra in cui tutti sperano di non pestare il piede dell’altro.
Il paradosso è che, nonostante un apparente vantaggio in termini di risorse militari, nessuno è disposto a prendersi la responsabilità di un’azione decisiva contro la Russia.
È un po’ come se all’ultimo giro di giostra tutti si accorgessero di non avere il coraggio di salire.
I mezzi militari ci sono, ma siamo bloccati dalla paura e dalla mancanza di volontà politica.
La storia ci ha insegnato che il prezzo da pagare per la debolezza è sempre molto alto, eppure continuiamo a sperare che la resistenza ucraina basti a tenere a bada l’orso russo.
Se solo si osservassero i precedenti della Guerra Fredda, si scoprirebbe che gli Stati Uniti sapevano muoversi con le pinze anche nei territori ostili.
Nixon, per esempio, non esitò a bombardare se necessario.
Oggi, invece, il pensiero va a chi decide di tenere in vita l’Ucraina fino a quando la macchina bellica russa non possa più sostenere l’occupazione.
Ma questa scelta porterà solo a un numero maggiore di perdite, e alla fine, molto sangue sulla coscienza.
In un clima di impotenza generale, il grido di molti esperti è chiaro: bombardare le linee russe in Ucraina, colpire i depositi e le infrastrutture strategiche, e permettere agli ucraini di rispondere colpo su colpo, anche oltre i confini.
Ma la presidenza Trump, purtroppo, non sembra intenzionata a fare questa mossa audace, temendo ripercussioni sull’opinione pubblica domestica.
È interessante notare come i sovranisti, libertari e pacifisti si riempiano la bocca di parole forti, ma quando si tratta di prendere posizione, sembrano più interessati a salvaguardare il loro status quo.
La narrativa secondo cui gli Stati Uniti devono evitare un “potenziale conflitto atomico” è una bufala politica, un modo per giustificare la propria inattività.
Nessun analista serio pensa che si arrivi a una guerra nucleare, ma c’è un crescente timore di una “guerra sociale” causata dalle misure radicali che potrebbero fermare la guerra voluta dalla Russia.
Ed è chiaro che queste misure richiedono armi e azioni concrete.
Dopotutto, l’alternativa è vedere la resistenza ucraina ridotta a un semplice campo di battaglia senza sostegno reale, mentre la Russia continua a guadagnare terreno.
Continuare a navigare in questo mare di indecisioni porterà solo a un ulteriore allungamento dei tempi, costringendo la popolazione civile a pagare il prezzo più alto.
In conclusione, mentre il mondo guarda, Trump e i suoi seguaci tentano di mantenere una facciata di forza, ma in realtà si stanno rivelando per quello che sono: pionieri del compromesso.
Il costo della debolezza è elevato, e il tempo per decidere è scaduto.
L’unica domanda rimasta è: quante altre vite umane dovranno essere sacrificate prima che qualcuno abbia il coraggio di agire davvero?
Finora, non è emerso alcun eroe dalla nebbia dell’apparente impotenza.

