Tra analisi scientifica, interventi pubblici e presenza televisiva, Emiliano Fabbri, criminologo italiano di spicco, è uno dei professionisti più seguiti e apprezzati nel panorama della criminologia italiana. Dalla sua voce emergono chiarezza, metodo e uno sguardo umano su vicende spesso complesse, delicate e molto mediatizzate
Dottor Fabbri, lei è noto per la sua analisi di casi italiani complessi. Partiamo dal caso Garlasco. Può raccontarci il suo coinvolgimento?
In quel caso ho avuto modo di osservare dettagli che erano passati in secondo piano e di anticipare alcuni elementi metodologici che si sono poi rivelati rilevanti. Non parlo di presunti colpevoli, ma di aspetti tecnici e comportamentali. Il mio approccio è sempre quello di leggere i dati in profondità, per aiutare chi indaga e chi segue il caso a comprendere la dinamica senza ricorrere a conclusioni affrettate.
Lei riceve moltissimo riscontro dal pubblico, sia online che sui media. Quali sono le reazioni che più la colpiscono?
C’è un seguito davvero significativo. Persone che seguono trasmissioni sul crimine, video dei miei interventi e articoli che pubblico spesso mi scrivono per chiarimenti o approfondimenti. Ricevo giudizi positivi e apprezzamenti costanti per il modo in cui riesco a rendere comprensibili concetti complessi, senza banalizzarli. È un riscontro che considero fondamentale, perché conferma che il mio lavoro di divulgazione è utile e rispettoso del pubblico.
Il DNA è spesso definito la “prova regina”. Quanto è realmente affidabile?
Il DNA è uno strumento potente, ma va sempre letto nel contesto del caso. Non è una verità assoluta. Può degradarsi, contaminarsi o essere interpretato in modo errato. La forza di un’indagine non dipende solo dalle analisi, ma dalla capacità di integrare dati scientifici, comportamentali e investigativi.
Lei parla spesso di “fascino del dubbio” nelle indagini. Cosa intende?
Il dubbio non è debolezza, ma rigore. Serve a non fermarsi alle apparenze, a considerare tutte le possibilità. In Italia spesso si cerca il colpevole prima di capire i fatti. La criminologia ci insegna che il sospetto è solo l’inizio: il compito è seguire il percorso delle prove, con metodo e attenzione, senza cedere al clamore mediatico.
Come comunica concetti complessi di criminologia a un pubblico così ampio?
È questione di rispetto e chiarezza. Chi segue i casi e i programmi non ha bisogno di spettacolo, ma di strumenti per comprendere. Cerco di tradurre i termini tecnici in esempi concreti, di far capire perché certe decisioni investigative vengono prese e quali errori si possono evitare. Il feedback positivo conferma che questa strada funziona.
Quali sono, secondo lei, i principali errori che si commettono nelle indagini più complesse?
Due errori ricorrenti: fermarsi troppo presto alle prime impressioni e dare per definitive prove che non lo sono. Spesso anche la pressione mediatica induce a conclusioni affrettate. La criminologia insegna a osservare con calma, raccogliere dati e interpretarli senza pregiudizi
Quanto contano la psicologia e la comprensione del comportamento criminale?
Contano moltissimo. Capire la mente dell’autore del reato aiuta a ricostruire dinamiche, tempistiche e motivazioni. Non significa giustificare, ma decodificare segnali, schemi e comportamenti che possono orientare le indagini. Senza psicologia, le prove materiali rischiano di restare isolate e incomplete.
I media influenzano la percezione del crimine?
Eccome. Possono educare o deformare. Io cerco sempre di spiegare, non di spettacolarizzare. Le persone che mi seguono apprezzano la chiarezza e il metodo, e questo conferma che la divulgazione responsabile funziona. La criminologia non è intrattenimento: è uno strumento per capire la realtà, le vittime e le dinamiche criminali.
Guardando al futuro, come vede la criminologia in Italia?
Sta crescendo, ma serve più rigore e metodo. Bisogna unire scienza, psicologia, investigazione e comunicazione. Solo così potremo costruire una cultura del crimine che sia scientifica, etica e utile per la società
Se dovesse riassumere il suo lavoro in una frase?
Capire il crimine significa capire le persone. Non è curiosità morbosa, è empatia applicata al metodo investigativo. La mia missione è aiutare chi osserva, chi indaga e chi cerca giustizia a guardare oltre le apparenze
Emiliano Fabbri: “Capire il crimine è capire le persone, non solo le prove”
Nel panorama mediatico e investigativo italiano, Emiliano Fabbri (con due B, come ama sottolineare) si distingue per chiarezza, competenza e uno stile diretto che coniuga rigore scientifico e comunicazione accessibile. I suoi interventi pubblici, i video e le analisi televisive hanno conquistato un seguito crescente, dimostrando come la criminologia possa essere divulgata senza banalizzazioni.
Dottor Fabbri, partiamo dal caso Garlasco. Può raccontarci il suo approccio e il riscontro del pubblico?
In quel caso ho osservato dettagli metodologici che altri non avevano valorizzato. Non parlo di colpevoli, ma di dinamiche e tempistiche. Ho condiviso queste osservazioni anche online e in trasmissioni televisive, ricevendo un seguito notevole: commenti, domande e apprezzamenti da chi segue i casi di cronaca. Questo riscontro dimostra che la divulgazione seria funziona e aiuta le persone a comprendere senza alimentare pregiudizi.
Oltre a Garlasco, quali altri cold case italiani l’hanno colpita?
Ci sono diversi casi emblematici, come alcune vicende ancora aperte negli anni ’90 o nei primi anni 2000, dove le prove materiali erano frammentarie e la psicologia del criminale poteva fare la differenza. Ogni caso è unico, ma ci sono schemi ricorrenti: sottovalutare dettagli, trascurare testimonianze minime, e affidarsi troppo ai pregiudizi. La mia esperienza mi ha insegnato a leggere anche ciò che sembra insignificante.
Riceve molte domande e commenti dal pubblico. Quali temi emergono di più?
Principalmente curiosità su metodologie investigative, valutazioni psicologiche, e interpretazioni delle prove. Le persone vogliono capire come si arriva a certe conclusioni, non solo chi è coinvolto. Molti apprezzano anche quando sottolineo l’importanza della cautela mediatica: capire prima di giudicare.
“Perché il DNA non basta mai da solo?”
È una prova potente, ma va sempre inserita nel contesto. Contaminazioni, errori di laboratorio o interpretazioni scorrette possono cambiare tutto.
Come capire se un comportamento sospetto può diventare criminale?
Non esistono regole fisse, ma schemi ricorrenti emergono dalla psicologia criminale: rabbia incontrollata, violazioni ripetute della norma, incapacità di empatia. Lo studio del contesto e della storia personale è fondamentale.
I media distorcono la percezione del crimine?
Possono farlo, e spesso lo fanno. È per questo che nei miei interventi cerco di spiegare con chiarezza, senza spettacolarizzare, concentrandomi sul metodo investigativo e sull’analisi critica delle prove.
Quali sono i principali errori investigativi che vede ripetersi nei casi complessi?
Due in particolare: fermarsi alle prime impressioni e non rimettere mai in discussione le prove iniziali. Il secondo errore è lasciarsi condizionare dall’opinione pubblica o dalla pressione mediatica. La criminologia richiede rigore, metodo e, soprattutto, pazienza.
Box laterale: Punti chiave e consigli di criminologia da Emiliano Fabbri
• Empatia metodica: capire il criminale senza giustificarlo.
• Dubbio costruttivo: mai fermarsi alle apparenze.
• Analisi integrata: combinare psicologia, prove materiali e dinamiche investigative.
• Divulgazione responsabile: comunicare al pubblico senza spettacolarizzare.
• Segnali da osservare: schemi comportamentali, contraddizioni, dettagli trascurati.
Guardando al futuro, come vede l’evoluzione della criminologia in Italia?
Crescerà, ma serve più metodo e meno improvvisazione. La tecnologia e i dati scientifici sono strumenti, non soluzioni: occorre integrare scienza, psicologia e comunicazione responsabile. Solo così potremo costruire una cultura del crimine utile e etica.
In una frase, qual è il suo messaggio centrale?
Capire il crimine significa capire le persone. Non è curiosità morbosa, è empatia applicata al metodo investigativo. La mia missione è aiutare chi osserva, chi indaga e chi cerca giustizia a guardare oltre le apparenze.

