
Nel panorama attuale della politica e del dibattito pubblico, il concetto di solidarietà femminile dovrebbe rappresentare un valore fondante e trasversale, capace di superare barriere ideologiche e divisioni partitiche.
Tuttavia, constatare la mancata solidarietà nei confronti di Giorgia Meloni da parte di tante esponenti di quel movimento femminista che si vorrebbe inclusivo è motivo di riflessione e, per chi crede in certi principi, di profondo rammarico.
La vicenda dell’umiliazione pubblica subita da Meloni ad opera di Donald Trump non è soltanto un episodio di scontro politico o personale, ma un segnale chiaro di quanto la solidarietà femminile, troppo spesso, sia condizionata da pregiudizi ideologici e da un’interpretazione ristretta e selettiva di cosa significhi sostenere le donne.
Il percorso di una donna nel mondo della politica, storicamente dominato da uomini, è segnato da difficoltà e sfide che vanno ben oltre il mero confronto contenutistico o programmatico.
Essere donne in contesti di potere significa affrontare stereotipi, ostilità sotterranee e, talvolta, una sottovalutazione sistematica delle proprie capacità e autorevolezza.

In questo senso, è indiscutibile che anche Giorgia Meloni, indipendentemente dalle sue posizioni politiche, debba essere riconosciuta come parte di una realtà femminile che lotta per affermarsi e per ottenere pari dignità.
L’attacco di Trump a Meloni, dunque, va interpretato non solo come un gesto di intimidazione politica ma come un’umiliazione rivolta a una donna in una posizione di rilievo: una dinamica che avrebbe dovuto provocare una risposta unanime e solidale da parte di chi si definisce impegnato nella tutela e nella valorizzazione delle donne.
La reazione spesso tiepida e, in alcuni casi, apertamente derisoria di settori del movimento femminista tradisce una doppia morale che, a fronte di simili episodi, pratica una solidarietà condizionata, legata alla “posizione giusta” o alla convenienza politica.
Questo atteggiamento mina l’essenza stessa del femminismo come movimento inclusivo che dovrebbe proprio basarsi sulla coesione fra donne al di là delle loro diverse appartenenze ideologiche.
Non si tratta di difendere Meloni come figura politica o di ignorarne i contenuti o le scelte; si tratta invece di riconoscere che la solidarietà femminile non può essere un’arma di parte, né uno strumento per rafforzare una narrazione a senso unico.
Quando il “sorellismo” viene riservato esclusivamente a determinate figure femminili considerate “degne” – in base a parametri politici o culturali – si tradisce il principio fondante di ogni vera forma di solidarietà: quella di sostenersi reciprocamente proprio nelle difficoltà e nelle aggressioni, senza discriminazioni.
Meloni ha mostrato in più occasioni un carattere forte e deciso, dimostrando di poter reggere il confronto anche con personaggi di spicco come Trump, senza mai cedere al ruolo di vittima ma anzi ribadendo la propria autorevolezza.
Tuttavia, resta il fatto che tale autorevolezza e forza non escludono la necessità di solidarietà da parte di tutte le donne.

Parlare di femminicidio, muoversi su temi che riguardano la condizione femminile e rivolgersi alle donne da donna implica un appello che merita rispetto e attenzione, anche quando proviene da ambiti politici differenti o da protagoniste con cui si hanno visioni diverse.
Questa coerenza nella solidarietà femminile dovrebbe essere un criterio imprescindibile, poiché la frammentazione e la selettività favoriscono esclusivamente la propaganda e l’appartenenza a una “aristocrazia della morale” che si autoproclama depositaria della vera causa femminile.
D’altro canto, questo modo di agire rischia di indebolire la credibilità e la forza del movimento nel suo complesso, impedendo di costruire un fronte unitario e solido capace di affrontare davvero le disuguaglianze di genere e le ingiustizie che colpiscono tutte le donne, a prescindere dalla collocazione politica.
In conclusione, la vicenda della mancata solidarietà nei confronti di Giorgia Meloni davanti all’aggressione di Trump mette in luce una distanza ancora profonda tra i valori proclamati e la pratica concreta di quella solidarietà femminile tanto auspicata.
Se il femminismo vuole essere veramente un movimento inclusivo, autentico e coerente, deve andare oltre le etichette politiche, abbandonare le logiche di convenienza e riconoscere che sostenere le donne significa supportarle tutte, soprattutto quando sono aggredite, perché solo così si costruisce un cammino di pari dignità e rispetto che non può tollerare selezioni arbitrarie di fronte alla sofferenza delle donne.

