Nello scorso luglio, mentre ero in fase di pianificazione di una breve vacanza a Trieste e stavo vagliando su internet le varie possibilità di intrattenimento serale, riscontrai, con gradita sorpresa, che, nell’ambito degli eventi previsti per il TriesteLovesJazz Festival, figurava uno spettacolo teatrale “fra musica e parole” intitolato “My name is Nina – a portrait of Nina Simone”, incentrato sulla vita e sull’opera della grande artista, di cui sono diventato grande estimatore.
Ebbi poi modo di assistere alla rappresentazione – caratterizzata dalla voce narrante di Valerio Marchi (poliedrico autore del prezioso “libretto”, avente il medesimo titolo, che ritrae la Simone e da cui è tratto lo spettacolo), dall’eccellente Graziella Vendramin al canto, dalla musica di un ottimo trio jazz e da una serie attentamente ponderata di contenuti multimediali – e devo dire che ne sono rimasto entusiasmato, sia sotto il punto di vista della qualità della selezione musicale che della drammatizzazione delle vicende biografiche. L’evento mi ha poi fornito ulteriore dimostrazione del riconoscimento di cui gode oggi, anche nel nostro paese, Nina Simone e di quanto la sua visione estetica ed il suo retaggio continuino ad essere fonte di inesauribile interesse.
In effetti, Nina Simone è stata una delle personalità musicali più dotate, inconfondibili ed eclettiche degli ultimi cent’anni, grazie al suo straordinario talento (come cantante, come compositrice e come pianista) ed all’elaborazione di un personalissimo idioma, che lei definiva “Black classical music”, fondato appunto sulla musica classica, sul blues, sul gospel, sul jazz, sul soul e sul folk ed aperto ad innumerevoli contaminazioni; il suo attivismo senza compromessi, nell’ambito del movimento dei diritti civili americani, ed il suo forte risentimento nei confronti delle ingiustizie sociali e delle ineguaglianze hanno poi profondamente permeato la sua arte, fornendole ulteriore spessore e aggiungendo linfa alla costruzione ed alla costante crescita del suo mito.
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Eunice Kathleen Waymon, suo vero nome, nacque nel 1933 in North Carolina, sesta di otto figli, ed i suoi genitori, constatando sin da piccolissima le sue eccezionali abilità con il pianoforte, ebbero il merito di farle studiare privatamente musica classica, per tutta la durata della fanciullezza e dell’adolescenza; tale onerosissimo impegno, tuttavia, non fu sufficiente a farla ammettere al prestigioso Curtis Institute of Music di Philadelphia, a suo dire per motivazioni razziste, e le rimase così precluso il percorso da concertista, che più di ogni altra cosa avrebbe desiderato.
Come ripiego ed all’insaputa dei genitori, che avevano investito tutto sul suo talento e che su di lei oramai contavano per il proprio mantenimento, nel 1954, ad Atlantic City, adottò il suo nome d’arte ed iniziò a suonare e a cantare la cosiddetta “musica del diavolo”, creandosi un piccolo seguito di ammiratori e sostenitori, catturati dalla sua voce inconfondibile – profonda, misteriosa, potente e sensuale – e dalla sua spiccata personalità musicale; ben presto, grazie ad un demo arrivato sulla scrivania di Gus Wildi, fondatore dell’etichetta Bethlehem, arrivò il suo primo contratto discografico.
Il suo album d’esordio, “Little girl blue”, registrato verso la fine del 1957 e pubblicato all’inizio del 1959, includeva undici brani, facenti parte essenzialmente del suo repertorio dell’epoca, che erano caratterizzati da un mix musicale decisamente originale – a cavallo, come si diceva, tra blues, jazz, classica e pop – e rivelavano un’artista già pienamente formata, nelle sue caratteristiche essenziali. Tra i pezzi proposti spiccava “I loves you, Porgy”, tratto dall’opera “Porgy and Bess” di Gershwin, che ebbe un notevole successo commerciale, grazie ad un’interpretazione di grande pathos, che riuscì molto gradita al pubblico dell’epoca.
L’album dette avvio ad un percorso musicale molto coerente, che maturò ulteriormente e si evolse nei successivi otto album, incisi per una nuova casa discografica, la Colpix, con cui Nina Simone firmò un contratto nel 1959. Pur di ingaggiarla, i discografici le concessero il controllo creativo della propria produzione musicale e la possibilità di scegliere il materiale più appropriato; questo le permise di mantenere un altissimo standard qualitativo e di alternare produzioni in studio ed incisioni dal vivo (che le risultavano particolarmente congeniali), tra cui due registrate alla Carnegie Hall.
Tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio dei sessanta, Nina Simone sposò, in seconde nozze, Andrew Stroud, un detective che poi divenne suo manager e padre della sua unica figlia Lisa, con la quale ebbe un rapporto estremamente problematico; anche il rapporto con Stroud non fu facile e venne logorato da abusi e violenze sia a livello fisico che psicologico. Nel medesimo periodo iniziò a coltivare amicizie di grande autorevolezza, nell’ambiente degli artisti e degli attivisti afroamericani, in particolare con Langston Hughes, Lorraine Hansberry, James Baldwin e Stokely Carmichael.
Tali frequentazioni influenzarono profondamente l’evoluzione dell’artista ed il 1963 fu un anno di cruciali cambiamenti. Sull’onda emotiva successiva all’attentato del Ku Klux Klan alla Chiesa Battista di Birmingham, Alabama, in cui morirono quattro bambine – avvenuto a distanza di qualche mese dall’assassinio dell’attivista Medgar Evers – dopo “un impeto di furia, odio e determinazione”, la Simone compose “Mississippi Goddam”, la sua prima canzone di protesta, divenuta manifesto del movimento per i diritti civili degli afroamericani ed oggi considerata una delle canzoni simbolo degli anni sessanta. Prendeva così definitivamente corpo la sua convinzione che l’artista debba confrontarsi con le realtà sociali e politiche dell’epoca in cui vive e rifletterle creativamente nella propria arte.
Per avere ancor più autonomia artistica e libertà espressiva cercò una nuova casa discografica che non fosse americana e, all’inizio del 1964, firmò un contratto con l’europea Philips, che le concesse carta bianca. Il primo dei sette album che avrebbe inciso per la nuova etichetta, “Nina Simone in concert”, pubblicato nel medesimo anno e registrato dal vivo, sempre alla Carnegie Hall, includeva “Mississippi Goddam” e diversi altri brani, che evidenziavano il nuovo corso, tra cui “Old Jim Crow”, “Go Limp” e la “rivoluzionaria” “Pirate Jenny” di Bertold Brecht e Kurt Weill, tratta da “L’opera da tre soldi”.
Nei successivi sei album prodotti per la Philips, ciascuno dei quali di grande consistenza qualitativa, abbondarono cover e nuovi brani originali da lei composti, alcuni dei quali oggi sono considerati dei classici: “Don’t let me be misunderstood“, “See-line woman”, “I put a spell on you”, “Feeling good”, “Sinnerman” e soprattutto “Four women”.
Il testo di quest’ultima composizione ritrae quattro donne afroamericane, le cui diverse tonalità di colore della pelle potrebbero dare adito a superficiali stereotipi, dando voce alla loro oppressione e al loro vero sé e suscitando, in tal modo, empatia e comprensione; tra le righe, si legge una critica viscerale nei confronti di canoni, sovrastrutture e modelli imposti dall’establishment e l’invito alle donne nere a definire personalmente ed in maniera del tutto autonoma la propria idea di bellezza e la propria identità, al di là di ogni inquadramento.
Alla scadenza del contratto con la Philips, nel 1967, Nina Simone firmò per la più affermata RCA, casa discografica con la quale sarebbe stata legata fino al 1974 e con cui avrebbe inciso nove album, anch’essi di elevato o elevatissimo livello qualitativo. Tra questi spiccano “Nina Simone sings the blues” (1967), “’Nuff said!” (1968), registrato in onore del reverendo Martin Luther King, tre giorni dopo il suo assassinio, ed “Emergency Ward!” (1972), caratterizzato dalle potenti considerazioni dell’artista sugli eventi avvenuti in patria nel corso dei drammatici anni precedenti ed in particolare sulla guerra in Vietnam.
Tra i brani più memorabili del periodo spiccano “I want a little sugar in my bowl”, avvincente blues in omaggio a Bessie Smith, “Ain’t got no / I got life” tratto dal musical “Hair”, “To be young, gifted and black“, che sarebbe poi stata portata al grande successo da Aretha Franklin, e “Obeah woman”, in cui la voce cantante si identifica con la mitica omonima figura femminile sciamanica, che media tra le forze del mondo naturale, gli angeli e i demoni da una parte e gli esseri umani, dall’altra.
In quello stesso periodo cominciò ad accentuarsi la sua stanchezza nei confronti dello show business e degli insostenibili carichi lavorativi a cui era sottoposta; crebbe ancor più la sua disillusione nei confronti del proprio paese e troncò la relazione col marito; tanto bastò: nel 1970 lasciò gli Stati Uniti per le Barbados, dando inizio ad un esilio autoimposto, che l’avrebbe successivamente portata in Africa e quindi in diversi paesi europei e che sarebbe durato fino alla sua morte.
In quest’ultimo e più oscuro periodo della sua vita, caratterizzato da un progressivo peggioramento delle sue condizioni di salute, nonché dall’aggravarsi del suo disturbo bipolare e della dipendenza dall’alcool, pubblicò pochissima nuova musica; visse tuttavia un’inaspettata rinascita professionale nel 1987, grazie al notevole successo internazionale che ebbe il brano “My baby just cares for me”, originariamente contenuto nel suo primo album ed utilizzato in un pervasivo spot pubblicitario. Continuò tuttavia ad esibirsi dal vivo fino alla fine degli anni novanta e morì di cancro in Francia nel 2003.
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Come spesso accade, Nina Simone è stimata e celebrata oggi molto più di quanto non lo sia stata in vita. Le sue composizioni godono di sempre maggior considerazione e riconoscimento, nell’ambito dell’odierna cultura globale: sono state riprese e reinterpretate da innumerevoli cantanti e musicisti e si sono ascoltate in decine e decine di film e serie TV, nonché in diversi spot pubblicitari; parecchi sono stati i film su di lei – in particolare documentari, tra cui, imprescindibile, “What happened Miss Simone”, disponibile su Netflix – e le rappresentazioni musicali-teatrali da lei ispirate (di cui quella a cui ho assistito a Trieste è stata valido esempio).
Viene invariabilmente posta nel novero dei musicisti più influenti del ventesimo secolo da colleghi artisti, critici, storici ed esperti della musica, cantanti e manager culturali. Cito, per tutti, Mathieu Jaton, CEO del Montreux Jazz Festival, che, nel commentare un evento di celebrazione dell’artista tenutosi a Londra all’inizio di quest’anno, ha dichiarato: “Quale modo migliore per mostrare l’incredibile diversità della scena jazz moderna, se non attraverso la lente di Nina Simone? Pochi artisti hanno plasmato la storia della musica così profondamente come lei. Il suo retaggio di resilienza e genialità artistica rimane una fonte di ispirazione per tutti noi”.
Per ciò che concerne la diffusione ed il “consumo” della sua produzione musicale, presso il grande pubblico, è interessante constatare come Nina Simone ”venda” oggi molto più che in passato; specialmente in patria, infatti, nel corso di tutta la sua carriera, la sua musica non riuscì mai a diventare veramente mainstream: tale possibilità le venne definitivamente preclusa dopo la pubblicazione di “Mississippi Goddam”, che le alienò il pubblico bianco più tradizionalista; ora invece, come confermano le statistiche delle piattaforme di streaming musicale, la situazione si è completamente ribaltata: gli attuali ascoltatori mensili delle sue canzoni su Spotify (8,9 milioni) sono considerevolmente più cospicui di quelli di parecchi artisti suoi contemporanei, che, all’epoca, a differenza di lei, collezionavano un disco d’oro dopo l’altro.
Sono poi fioccati premi e riconoscimenti di primaria importanza, conferiti in gran parte postumi, tra cui: il Grammy Hall of Fame Award per “I loves you Porgy”, l’inclusione nel Rock and Roll Hall of Fame e la selezione, da parte della Library of Congress, di “Mississippi Goddam”, ai fini della conservazione nel National Recording Registry, in quanto registrazione “culturalmente, storicamente o esteticamente significativa”. Nel 2023 Rolling Stone magazine l’ha collocata tra i trenta cantanti più importanti di tutti i tempi.
Sono stati assai numerosi infine i libri, di carattere biografico e non, scritti su di lei o da lei ispirati. Evidenzio, tra questi, lo stupefacente “Nina Simone’s gum” di Warren Ellis, tradotto lo scorso anno anche in italiano col titolo “Il chewing gum di Nina Simone”, che testimonia il fervore quasi religioso che si è sviluppato intorno alla sua figura.
Di fronte a tante e tali tardive affermazioni, tornano allora in mente le parole di “I put a spell on you” (Lancio un incantesimo su di te), titolo feticcio non solo di uno dei suoi brani più iconici e dell’album che lo contiene, ma anche della sua autobiografia, scritta in collaborazione con Stephen Cleary e pubblicata all’inizio degli anni 90: ebbene, per uno strano gioco del destino, la formula ha infine funzionato; dopo tutte le traversie, gli impedimenti, gli ostracismi, le disillusioni, gli episodi razzisti ed i tradimenti subiti nel corso della sua travagliata esistenza, il suo carisma ed il suo enorme retaggio le hanno finalmente permesso di appropriarsi di tutti quei riconoscimenti che avrebbe meritato in vita e di catturare, incantare e fare indissolubilmente proprio un pubblico sempre più vasto e, possibilmente, includente anche chi l’aveva in passato ignorata o sminuita.
Io stesso, da adolescente, dopo un ascolto distratto di un suo album, immaturamente non la tenni in gran conto, tralasciando poi la sua musica per lungo tempo; la rivalutai, un pò alla volta, grazie ad un CD ricevuto in dono dopo il successo di “My baby just cares for me” e acquisendo i suoi album alla spicciolata; oggi riverisco la sua arte e, come tanti, ne professo grande ammirazione.

