Il caso Mario Roggero: quando il trauma prende il posto della ragione

Il caso di Mario Roggero non riguarda soltanto il diritto. Riguarda soprattutto la mente umana. Quando una persona subisce una rapina, il cervello entra in una condizione di emergenza. L’organismo viene investito da una massiccia scarica di adrenalina e cortisolo, il battito cardiaco accelera, la respirazione cambia e la capacità di ragionare con lucidità si riduce drasticamente. In quei momenti non si decide come in un’aula di tribunale: si reagisce come un essere umano che percepisce una minaccia alla propria vita e a quella dei propri cari. Per questo motivo ritengo che il caso Roggero debba essere letto anche attraverso la lente della psicologia del trauma. Un’aggressione violenta può provocare una condizione di alterazione emotiva così intensa da rendere estremamente difficile distinguere, nell’arco di pochi secondi, il momento in cui il pericolo sia realmente cessato. La giustizia ha stabilito che la reazione del gioielliere sia andata oltre i limiti consentiti dalla legge. Questa decisione va rispettata. Ma sul piano umano resta una domanda: fino a che punto possiamo pretendere che una persona appena sopravvissuta a una rapina conservi la stessa lucidità che avrà un giudice, anni dopo, analizzando i fatti con calma? Da psicologo, credo che sia essenziale comprendere il funzionamento della mente in condizioni estreme. Il trauma modifica la percezione del tempo, dello spazio e del pericolo. Molte vittime continuano a sentirsi minacciate anche quando il rischio oggettivo è diminuito, perché il cervello è ancora dominato dai meccanismi della sopravvivenza. Il caso Roggero ci ricorda che dietro ogni processo esiste una persona, una famiglia e una ferita psicologica profonda. La risposta dello Stato deve certamente garantire il rispetto della legge, ma dovrebbe anche considerare con attenzione gli effetti devastanti che un evento traumatico produce sul comportamento umano. La vera prevenzione non consiste soltanto nel giudicare ciò che accade dopo una rapina. Consiste soprattutto nel fare in modo che rapine come quella subita da Mario Roggero non avvengano. Perché ogni aggressione lascia vittime, anche quando non sono quelle che, a prima vista, sembrano tali. Il diritto e la psicologia non sono mondi contrapposti. Possono e devono dialogare. Comprendere non significa assolvere, ma nemmeno ignorare ciò che la scienza ci insegna sul comportamento umano nelle situazioni di estremo pericolo. È da questo dialogo che può nascere una giustizia più consapevole, capace di coniugare rigore, umanità e conoscenza. Questo testo esprime un’opinione e una lettura psicologica generale della vicenda, nel rispetto del fatto che la condanna di Mario Roggero è stata confermata in via definitiva.

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