Il jihadismo globale ha inaugurato una nuova fase della sua azione nel mondo del web

Pubblichiamo l’articolo di Souad Sbai, uscito su Il Tempo.

Il “Cyber-Califfato 2.0” segna infatti il salto da una propaganda artigianale a un’infrastruttura cognitiva potenziata dall’Intelligenza Artificiale, capace di automatizzare reclutamento, indottrinamento e produzione mediatica. La logica operativa replica il marketing avanzato: microsegmentazione, profilazione psicometrica, personalizzazione narrativa. Non più messaggi indistinti, ma contenuti calibrati sul singolo individuo, adattati a lingua, emozioni e fragilità identitarie. Il percorso segue una struttura a imbuto: esposizione iniziale su piattaforme mainstream tramite contenuti “gateway”, con il progressivo spostamento verso ambienti chiusi e cifrati, dove l’adesione ideologica si consolida, talvolta anche con approdo finale in spazi del dark web. L’IA è centrale in ogni fase: genera deepfake, immagini sintetiche e narrazioni polarizzanti, progettate per eludere la moderazione automatica. Nei canali criptati, chatbot evoluti simulano empatia e guidano l’utente in una radicalizzazione personalizzata. La propaganda diventa così adattiva e invisibile. Per le agenzie di sicurezza il problema non è solo intercettare contenuti, ma comprendere reti fluide che mutano linguaggio e forma in tempo reale. Le tecniche basate su parole chiave risultano obsolete. La risposta richiede data fusion e analisi predittiva, ma solleva dilemmi etici: bias algoritmici e sorveglianza invasiva possono erodere la legittimità democratica. La posta in gioco è cognitiva: alterare percezioni, amplificare fratture sociali, delegittimare istituzioni. La sfida è sistemica e riguarda la capacità degli Stati di governare l’ecosistema informativo senza smarrire i propri principi. Souad Sbai

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