Da oltre due settimane l’Iran è attraversato da una nuova ondata di proteste che sta mettendo a dura prova l’apparato di sicurezza della Repubblica islamica. Le manifestazioni, diffuse ben oltre Teheran, si stanno estendendo a numerose province del Paese, mentre le autorità rispondono con una repressione sempre più dura.
Secondo fonti internazionali, la Guida Suprema Ali Khamenei avrebbe innalzato il livello di allerta del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC) a uno stato superiore persino a quello adottato durante il recente conflitto con Israele. Una scelta che riflette la crescente preoccupazione del regime per la tenuta interna e per il rischio di defezioni, ritenuto minimo all’interno delle Guardie della Rivoluzione rispetto ad altre forze statali.
Il segnale più inquietante arriva però dalla magistratura iraniana. Il procuratore generale Mohammad Movahedi Azad ha annunciato che tutti i manifestanti coinvolti nelle proteste potrebbero essere accusati di “mohareb”, ovvero “nemici di Dio”, un reato che nel sistema giuridico iraniano può comportare la pena di morte. L’accusa riguarderebbe non solo chi ha preso parte attivamente alle rivolte, ma anche chiunque abbia fornito supporto logistico o morale.
Il bilancio delle vittime resta incerto e in continuo aggiornamento. Secondo organizzazioni per i diritti umani, almeno 65 persone avrebbero perso la vita e oltre 2.300 sarebbero state arrestate, con un numero particolarmente elevato di morti registrato nelle province occidentali e meridionali del Paese. Tuttavia, testimonianze raccolte da fonti mediche parlano di cifre ben più alte, con ospedali al collasso e un afflusso costante di feriti, molti dei quali colpiti da proiettili veri.
A rendere ancora più opaca la situazione è il blocco quasi totale delle comunicazioni: internet e linee telefoniche risultano fortemente limitate da oltre un giorno, una misura che secondo osservatori internazionali mira a impedire la diffusione di immagini e informazioni sulla repressione in corso.
Anche le forze di sicurezza hanno registrato perdite. Fonti ufficiali iraniane riferiscono di agenti uccisi durante gli scontri in diverse città, a conferma di un clima di tensione che resta elevatissimo nonostante le autorità parlino di un ritorno alla calma.
Sul piano internazionale, cresce la pressione diplomatica. Gli Stati Uniti hanno espresso sostegno ai manifestanti, mentre Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, ha lanciato un appello allo sciopero generale, invitando la popolazione a intensificare la mobilitazione contro quello che definisce un sistema di potere ormai fragile.
La crisi iraniana entra così in una fase decisiva. Tra minacce di condanne capitali, repressione armata e isolamento informativo, il Paese vive uno dei momenti più delicati degli ultimi anni, con conseguenze che potrebbero estendersi ben oltre i suoi confini.

