La decisione di un adulto di scomparire per allontanamento volontario (going missing) è spesso concettualizzata non come un atto impulsivo privo di scopo, ma come un comportamento di coping maladattivo che emerge in risposta all’esperienza di forte tensione e stress. Una ricerca qualitativa condotta su registri di polizia canadesi ha rivelato che gli stressor che innescano la decisione di scomparire sono multifattoriali. Essi includono non solo situazioni stressanti prossime o acute, ma soprattutto l’accumulo di stressor di vita sottostanti (cronici) e la presenza di forti emozioni negative. L’allontanamento è impiegato come un tentativo estremo di evitare o ridurre le conseguenze negative e le tensioni associate a questi stressor. La scomparsa, pur essendo per sua natura disfunzionale e dannosa a livello sociale e familiare, ha raggiunto il suo obiettivo primario: fornire un evitamento radicale e, temporaneamente, ristabilire un senso di controllo sulla propria vita o narrativa identitaria. Questo successo strategico nell’ottenere l’evitamento funge da meccanismo di rinforzo negativo che mantiene attivo e persistente il comportamento di fuga.
Le persone scomparse impiegano strategie di coping che includono l’evitamento di pensieri e sentimenti indesiderati relativi alla scomparsa, la (in)tolleranza dell’incertezza e la regolazione delle emozioni. Si crea così un divario psicologico e di elaborazione: l’individuo scomparso evita la situazione (il ritorno) per sopravvivenza psicologica, mentre chi cerca evita l’elaborazione completa della realtà della perdita. Questa divergenza rende il rientro non solo una sfida logistica e fisica, ma un evento emotivamente e relazionalmente complesso, poiché richiede a entrambe le parti di confrontarsi con una realtà a lungo evitata.
Il processo di occultamento attivo e la fuga sono intrinsecamente complessi poiché richiedono a entrambe le parti di confrontarsi con una realtà a lungo evitata. Quando l’individuo in fuga mantiene contatti sociali, ad esempio con gli amici che lo aiutano, e deve attuare l’occultamento attivo, mette in atto specifici processi che consumano risorse cognitive. Questi processi includono il Monitoring (Controllo), che è la sorveglianza attiva dell’ambiente sociale per identificare segnali di potenziale esposizione o rilevazione. Inoltre, l’individuo impiega l’inibizione espressiva, ovvero il controllo attivo delle espressioni verbali e non verbali per evitare la rivelazione di informazioni chiave. Infine, vi è l’alterazione, ossia la manipolazione attiva della conversazione per allontanarsi da argomenti pericolosi. Questi processi di occultamento consumano risorse regolatorie significative e possono compromettere la qualità dell’interazione sociale. Questo elevato costo cognitivo è un fattore che gli alleati devono accettare di sostenere, il che evidenzia la forza del loro impegno emotivo
Una delle dinamiche più controintuitive nei casi di allontanamento volontario è il fatto che la pressione pubblica e mediatica, volta a spingere l’individuo a ricomparire, spesso ottiene l’effetto opposto. Questo fenomeno è spiegato dalla Teoria della Reattanza Psicologica (TRP). La Reattanza Psicologica è definita come una sgradevole reazione motivazionale che emerge quando un individuo percepisce una minaccia o la perdita di una specifica libertà comportamentale. Questa minaccia può provenire da raccomandazioni, regole, o, in questo caso, da messaggi e pressioni percepite come coercitive. La reattanza non è solo una resistenza passiva; è uno stato motivazionale che si manifesta attraverso risposte emotive negative (affective reactance) e resistenza mentale sotto forma di contro-argomentazione (cognitive reactance). L’individuo si sente motivato a proteggere la propria autonomia e a ripristinare la libertà percepita come minacciata.
L’atto iniziale di allontanamento volontario è, dal punto di vista dell’individuo, un tentativo di restauro della libertà. La copertura mediatica intensa, gli appelli pubblici e la sorveglianza sociale agiscono come un agente coercitivo che tenta di limitare o eliminare la scelta dell’individuo di restare via.  L’individuo in fuga percepisce che il pubblico, le autorità e i media stanno cercando di costringerlo a una determinata condotta (il rientro immediato). Per ripristinare la libertà minacciata, l’individuo è motivato a fare l’opposto di ciò che gli viene imposto, ottenendo una risposta di noncompliance che può portare all’adozione o al rafforzamento di un atteggiamento contrario all’intento persuasivo. L’eccessiva pressione mediatica e la richiesta emotivamente carica di tornare agiscono come un rinforzo che spingono la persona a persistere nell’occultamento, o addirittura a rafforzarlo. Il rimanere nascosti non è più solo evitamento, ma diventa un atto di resistenza attiva e un’affermazione energica dell’autonomia personale contro la coercizione percepita. Questo meccanismo spiega perché appelli ad alta visibilità emotiva, pur mossi da buone intenzioni, possono in realtà rendere più difficile l’avvicinamento all’individuo in fuga.

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