L’OMBRA DEL RICINO: TRA CRIMINOLOGIA FORENSE E DIFESA CBRN

Il caso di Campobasso ha portato la ricina al centro dell’attenzione pubblica. Se gli accertamenti ufficiali dovessero confermare la presenza di questa sostanza e la sua eventuale responsabilità causale, l’episodio acquisirebbe un rilievo che andrebbe oltre la cronaca giudiziaria. In Italia, infatti, si potrebbe parlare di uno dei primi omicidi riconducibili all’uso intenzionale di una biotossina in un contesto assimilabile al dominio CBRN. L’acronimo CBRN indica agenti chimici, biologici, radiologici e nucleari. In questo perimetro rientrano sostanze che, per natura o per uso improprio, possono generare un’emergenza complessa per la sanità pubblica, la protezione civile e le forze dell’ordine. Insieme al dott. Marco Serale, epidemiologo ed esperto CBRN con cui ho condiviso questa analisi, abbiamo esplorato il confine sottile dove la biologia incontra la psicopatologia criminale.

La ricina è particolarmente interessante perché si pone al confine tra biologia e tossicologia: non è un microrganismo infettivo, ma una tossina naturale capace di agire come un vero e proprio agente di contaminazione intenzionale. In questo senso, il suo valore operativo non va sovrastimato. Non è un’arma semplice, né un mezzo efficace per un attacco indiscriminato su larga scala. Tuttavia, è una sostanza che può essere usata in modalità clandestina, con finalità omicidiarie, e che obbliga chi indaga e chi cura a ragionare in termini di esposizione tossicologica, non soltanto di evento clinico isolato. Il problema, infatti, non è soltanto la tossicità, ma la difficoltà di riconoscere subito la natura del fenomeno. Un quadro iniziale può apparire come una gastroenterite, un’intossicazione alimentare, un malessere acuto senza una causa evidente. Solo la ricostruzione clinica, l’analisi tossicologica e il contesto investigativo possono orientare verso l’ipotesi di avvelenamento intenzionale.

L’atto dell’avvelenamento si distingue nettamente da altre forme di omicidio per l’elevato livello di premeditazione e la distanza psicologica tra l’autore e la vittima. Mentre l’omicidio commesso con armi da fuoco è spesso il risultato di un’aggressività reattiva, l’avvelenatore opera attraverso un’aggressività proattiva o strumentale, metodica e orientata a un obiettivo esterno come il guadagno finanziario o la rimozione di un ostacolo sociale. L’uso della ricina rientrerebbe quasi esclusivamente in quest’ultima categoria, poiché la necessità di estrarre la tossina dai semi di ricino richiede tempo, attrezzature e una minima conoscenza tecnica che esclude l’impulsività. L’avvelenatore che sceglie questa sostanza è spesso descritto in letteratura come un “assassino intellettuale” che trae gratificazione dalla propria capacità di manipolare l’ambiente della vittima senza ricorrere alla forza bruta.

Secondo i modelli di profilazione forense, questo individuo esibisce tratti dell’offender organizzato: pianifica il reato in ogni dettaglio, seleziona la vittima con cura e si assicura che l’arma non sia facilmente ricollegabile a lui. La ricerca neuroscientifica suggerisce inoltre che questi soggetti presentino spesso anomalie funzionali nella corteccia prefrontale e nell’amigdala, manifestando una ridotta reattività del sistema nervoso autonomo. Questa “ipotesi dell’impavidità” spiegherebbe perché tali offender non siano scoraggiati dal rischio, possedendo il sangue freddo necessario per una somministrazione prolungata a una vittima che viene osservata soffrire nel tempo.

L’analisi dei casi di avvelenamento omicidiario rivela pattern specifici nella selezione delle vittime. Poiché l’atto richiede un accesso ripetuto o controllato al cibo, alle bevande o all’ambiente del bersaglio, quest’ultimo appartiene quasi sempre alla cerchia ristretta dell’offender. Andrebbe così a configurarsi come un crimine di intimità, dove le statistiche indicano che la maggior parte degli episodi avviene in contesti familiari o domestici. Gli obiettivi comuni includono coniugi o amanti indesiderati per risolvere conflitti sentimentali o ottenere benefici assicurativi, ma anche anziani e malati la cui morte può essere facilmente attribuita a cause naturali o declino senile.

Uno studio retrospettivo condotto in Svezia ha rilevato che nell’86% dei casi di avvelenamento omicidiario l’offender era un membro della famiglia, sottolineando come la fiducia sia la precondizione essenziale per il crimine: la vittima accetta la sostanza tossica proprio perché non sospetta di colui che gliela somministra. Un fenomeno ancora più inquietante è rappresentato dai professionisti sanitari che utilizzano tossine per uccidere i pazienti sotto la loro cura, mossi dal “complesso di Dio”, dal desiderio di interrompere lo stress lavorativo o da disturbi sadici. In questi scenari, il rischio di rilevazione rimane basso a causa del clima clinico in cui avviene il decesso.

La scelta della ricina è dettata da proprietà fisiche che ne facilitano l’occultamento, essendo incolore, inodore e insapore. Il vantaggio tattico principale risiede nella capacità di imitare malattie naturali, con sintomi aspecifici che possono essere confusi con sepsi o gravi gastroenteriti. Inoltre, a differenza del cianuro, la ricina ha una latenza intrinseca: il decesso avviene solitamente tra le 36 e le 72 ore dopo l’esposizione. Questo intervallo temporale è fondamentale per l’assassino, poiché permette di allontanarsi fisicamente, costruire un alibi solido e disfarsi delle prove prima che l’allarme venga lanciato.

Oltre alla dimensione interpersonale, la ricina occupa una posizione di rilievo nella minaccia bioterroristica, classificata dai CDC come agente di Categoria B. In contesti terroristici è definita una “scare chemical” perché, pur avendo un’utilità limitata per causare vittime di massa, possiede un impatto psicologico immenso capace di destabilizzare governi e generare una massiccia copertura mediatica. Casi emblematici come l’assassinio di Georgi Markov tramite un ombrello modificato nel 1978, o le lettere contaminate inviate alla Casa Bianca, dimostrano la sua efficacia sia per eliminazioni mirate che per intimidazioni politiche a distanza.

Dato che la ricina scompare molto in fretta dall’organismo, i laboratori forensi utilizzano un “trucco” investigativo: invece di cercare la tossina stessa, danno la caccia alla ricinina. Si tratta di una sostanza contenuta nella pianta di ricino che è molto più resistente e resta rintracciabile nel sangue e nelle urine per diversi giorni. Per trovarla, vengono utilizzati macchinari ad altissima precisione capaci di scovare anche tracce microscopiche (parliamo di miliardesimi di grammo), fornendo così la prova scientifica dell’avvelenamento anche quando sembra non esserci più nulla. Se l’indagine si sposta sulla scena del crimine, la botanica forense analizza la morfologia dei semi e il DNA della pianta per tracciare l’origine geografica dei residui. Infine, la prova del dolo risiede spesso nella digital forensics: le ricerche online per termini come “veleni non rilevabili” o protocolli di estrazione diventano il fulcro dell’accusa per dimostrare la premeditazione.

È bene usare prudenza nel valutare casi complessi, perché solo gli esiti definitivi delle perizie possono confermare il quadro con certezza.

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