Il filicidio è un atto di difficile comprensione che affonda le radici in complesse dinamiche psicologiche e sociali. L’uccisione di un figlio da parte di un genitore è un crimine che scuote profondamente la coscienza collettiva, lasciando dietro di sé un’onda di incredulità e orrore. Come può un genitore, figura per eccellenza di protezione e amore, compiere un gesto così estremo? La scienza, attraverso la psicologia e la psichiatria forense, cerca di dare risposte a questa domanda, svelando un intricato intreccio di psicopatologie, fattori di rischio e meccanismi mentali distruttivi.
Il “filicidio”, termine tecnico per l’omicidio di un figlio, non è un fenomeno monolitico. Esistono diverse tipologie, spesso legate a motivazioni e stati mentali specifici del genitore. La classificazione più nota ne individua cinque principali. Forse la forma più paradossale e comune è il “filicidio altruistico”, in cui il genitore uccide il figlio nella convinzione, spesso delirante, di salvarlo da una sofferenza reale o immaginata, o da un futuro percepito come inaccettabile. È un atto che, nella mente distorta del genitore, diventa una forma estrema di “protezione” o persino di “eutanasia patologica”, come se il figlio fosse un’estensione di sé da sottrarre a un destino ineluttabile. Spesso, questi casi sono legati a una grave depressione del genitore, talvolta con un “suicidio allargato” che coinvolge anche il figlio. Un’altra tipologia è il “filicidio psicotico”, che avviene quando il genitore agisce sotto l’influenza di allucinazioni o deliri, senza una motivazione razionale comprensibile. Vi è poi il “filicidio di bambino indesiderato”, dove il bambino è percepito come un ostacolo o il frutto di una relazione non voluta. Il “maltrattamento fatale (accidentale)” si verifica invece quando la morte è una conseguenza non intenzionale di abusi fisici o negligenza, spesso in un contesto di impulsività e disturbi di personalità del genitore. Infine, il “filicidio per vendetta” si manifesta quando il figlio viene ucciso per infliggere sofferenza al partner, come nel caso della “Sindrome di Medea”.
Il filicidio è un fenomeno multifattoriale. Tra i fattori di rischio individuali si annoverano l’età della madre (troppo giovane o troppo anziana), un basso profilo intellettivo, traumi infantili (abusi, negligenze) e gravidanze indesiderate. Le dinamiche familiari e relazionali giocano un ruolo cruciale: la mancanza di supporto del partner, l’instabilità familiare (separazioni, violenza domestica), l’isolamento sociale e un carico genitoriale eccessivo aumentano la vulnerabilità. Anche un legame simbiotico e di eccessiva dipendenza tra madre e figlio, che ostacola l’autonomia del bambino, può essere un campanello d’allarme.
Un elemento che emerge in alcuni di questi tragici eventi è l’uso di sedativi per addormentare la vittima prima dell’omicidio. Questo dettaglio non è casuale e rivela molto sullo stato mentale del perpetratore. Non si tratta di un atto di violenza impulsiva, ma di un gesto premeditato che permette all’omicida di evitare il confronto fisico diretto, la lotta e la potenziale sofferenza visibile del figlio. Psicologicamente, la sedazione può essere interpretata come un tentativo di mitigare il trauma per sé stessi, ma anche di evitare di infliggere un dolore palese alla vittima. È un’azione che cerca di conciliare l’inconciliabile: la brutalità dell’omicidio con la fantasia di un “addio pacifico”. L’uso di sedativi può rappresentare un meccanismo di “dissociazione”, dove il genitore si distacca dalla brutalità dell’atto, trasformandolo nella sua mente in qualcosa di meno violento, quasi un “passaggio” dalla vita alla morte, una forma distorta di “eutanasia”. Questa scelta denota premeditazione e un bisogno di controllo sulla situazione, distinguendola nettamente dai delitti d’impeto.
Nei casi di filicidio, è fondamentale comprendere come la mente del genitore possa arrivare a compiere un atto così estremo. A giocare un ruolo cruciale sono i meccanismi di disimpegno morale, tecniche psicologiche che riducono il senso di colpa e la dissonanza cognitiva, permettendo al genitore di neutralizzare la propria coscienza. Le tecniche di neutralizzazione rientrano nel più ampio concetto di disimpegno morale e, una di quelle più evidenti in questi casi, è la razionalizzazione. Si prenda ad esempio il “filicidio altruistico”, dove il genitore crea una giustificazione pseudo-logica per il proprio comportamento, arrivando a presentarlo come necessario o addirittura moralmente accettabile. In una forma distorta di “eutanasia patologica” o “protezione”, la convinzione di dover “salvare” il figlio da una sofferenza reale o immaginata, o da un futuro percepito come inaccettabile, trasforma l’omicidio in un atto quasi compassionevole. In questi casi, perfino l’uso di sedativi può essere razionalizzato come un modo per garantire un “addio pacifico”. Altre tecniche implicate sono la negazione e l’oggettivazione della vittima. In diverse tipologie di filicidio, il figlio viene disumanizzato, non più percepito come un individuo autonomo, ma come un oggetto o un mezzo per un fine. Nel “filicidio di bambino indesiderato”, ad esempio, il figlio è visto come un ostacolo, mentre nel “filicidio per vendetta”, che spesso si associa alla Sindrome di Medea, il bambino diventa uno strumento per infliggere sofferenza al partner. Questo processo di astrazione permette all’aggressore di non riconoscere pienamente la vittima come persona, facilitando l’atto violento senza provare empatia o rimorso. A volte il genitore ricorre al diniego di responsabilità, come nei casi di “maltrattamento fatale accidentale”. La colpa viene attribuita a circostanze esterne o al comportamento del bambino stesso, ad esempio a un pianto eccessivo, spostando così la responsabilità dell’atto al di fuori di sé. Sebbene meno esplicita, anche la minimizzazione della gravità del danno può essere presente, specialmente quando l’atto non è intenzionalmente letale, ma porta comunque alla morte.
Dietro questi atti estremi si nasconde spesso una profonda psicopatologia. Disturbi dell’umore (in particolare la depressione post-partum), psicosi e disturbi di personalità (come il narcisismo, il borderline o l’antisociale) sono frequentemente riscontrati nei genitori filicidi. Tuttavia, un dato allarmante è che la maggior parte dei perpetratori non aveva avuto contatti con i servizi di salute mentale prima degli omicidi. I “momenti bui” che precedono tali tragedie arrivano spesso “senza che nessuno se ne accorga”, evidenziando una carenza nei sistemi di screening e una stigmatizzazione della malattia mentale che impedisce agli individui di cercare aiuto.

