Il caso della cosiddetta “famiglia del bosco” ha suscitato un ampio dibattito pubblico e mediatico, nonostante il periodo segnato da altre criticità nazionali e internazionali. Al centro della vicenda vi è la sospensione della responsabilità genitoriale e l’allontanamento dei tre figli minori — una bambina di otto anni e due gemelli di sei — collocati in una struttura protetta con visite quotidiane della madre e trisettimanali del padre, a tutela della continuità affettiva. L’ordinanza del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha generato posizioni contrapposte, con alcune narrazioni mediatiche che hanno parlato di presunto “rapimento” dei minori, semplificando una questione complessa sul piano giuridico e criminologico.
Il fulcro della vicenda riguarda lo stile di vita off-grid dei genitori, ritenuto potenzialmente dannoso per i diritti fondamentali dei minori, tra cui socialità, istruzione (attraverso pratiche di unschooling) e sviluppo psico-educativo. Le autorità hanno valutato gli effetti concreti di tale modello sulla crescita dei bambini, non la scelta dello stile di vita in sé. Parallelismi con la condizione dei minori ROM sono risultate improprie, in quanto le procedure minorili si basano su rischi concreti e individualizzati, indipendentemente dall’etnia, mentre le difficoltà in contesti nomadi derivano da fattori strutturali e invisibilità statistica.
L’allontanamento urgente dei minori è disciplinato dall’art. 403 c.c., riformato dalla legge Cartabia (L. 206/2021), che consente interventi immediati in caso di grave pregiudizio per l’incolumità psico-fisica del bambino, con notifica al pubblico ministero minorile entro 24 ore e valutazione entro 72 ore. La tutela dei minori si integra con l’art. 30 Cost. e con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia (L. 176/1991), che stabilisce non discriminazione, superiore interesse del minore, diritto alla vita e allo sviluppo e rispetto delle opinioni del bambino, oltre a norme nazionali come le L. 451/1997 e L. 285/1997.
Dal punto di vista criminologico, la misura di allontanamento immediato comporta un forte impatto traumatico e dovrebbe essere riservata a situazioni di reale pericolo in assenza di collaborazione dei genitori. Idealmente, va affiancata da monitoraggio, prescrizioni educative e percorsi di reinserimento graduale per ridurre gli effetti psicologici negativi e preservare i legami familiari. La famiglia del bosco non rappresenta un contesto criminale o settario, ma un nucleo chiuso a rischio socio-sanitario ed educativo, caratterizzato da totale dipendenza dei minori e assenza di figure di riferimento esterne, analogamente a meccanismi osservati in comunità settarie.
Il caso rientra nella prevenzione primaria, poiché mira a ridurre il rischio di devianza sociale prima della comparsa di reati. Comportamenti come isolamento e rifiuto scolastico non costituiscono reati, ma segnali di vulnerabilità, valutati oggettivamente secondo modelli OMS, ONU e criminologia clinica. La sfida consiste nel bilanciare intervento preventivo e minimizzazione del trauma, evitando vittimizzazione secondaria: sia l’inerzia sia provvedimenti eccessivamente drastici possono avere effetti negativi sullo sviluppo psico-emotivo dei minori. L’approccio ideale combina tutela, monitoraggio, prescrizioni educative e mantenimento della continuità affettiva, contemperando i diritti dei minori con l’intervento dello Stato.
In conclusione, la vicenda della famiglia del bosco evidenzia la complessità del bilanciamento tra autonomia familiare, stili di vita alternativi e responsabilità dello Stato nella tutela dei minori, sottolineando l’importanza di interventi proporzionati, preventivi e multidisciplinari, coerenti con principi giuridici, costituzionali e sovranazionali, e con le migliori pratiche criminologico-educative.
Neglect educativo e intervento preventivo: riflessioni criminologiche sul caso dei bambini isolati in Abruzzo

