Oltre le sbarre: la visione di Graziano Pujia, il direttore che unisce sicurezza e umanità


Graziano Pujia, calabrese di Pizzo e romano d’adozione, è uno di quei dirigenti penitenziari che lasciano il
segno. Curriculum vasto, esperienze complesse, visione chiara: il carcere per lui non è solo un luogo di
custodia, ma un presidio dello Stato che deve garantire sicurezza e, allo stesso tempo, costruire opportunità.
Un equilibrio difficile, soprattutto nei contesti più delicati del Paese, che Pujia ha imparato a gestire sul
campo.
La sua carriera comincia tra Benevento e Regina Coeli, istituti in cui il contatto con la realtà più cruda della
detenzione è quotidiano. È però a Empoli, alla guida del carcere femminile, che Pujia consolida un approccio
innovativo: percorsi educativi personalizzati, attenzione al benessere psicologico, programmi di
reinserimento. Empoli diventa un modello nazionale, dimostrando che il trattamento può fare la differenza,
soprattutto per le donne detenute.
Arriva poi la stagione delle strutture di massima sicurezza. A Sassari, nel carcere di Bancali, Pujia dirige una
realtà che ospita quasi cento detenuti al 41 bis e una sezione dedicata al terrorismo islamista: uno dei fronti
più sensibili dell’intero sistema penitenziario. Gestire l’estrema sicurezza senza perdere l’orizzonte dei diritti
non è un compito per tutti. Pujia lo fa con fermezza e metodo, mantenendo sempre al centro la dignità della
persona.
Il suo percorso passa anche da Trieste, tappa significativa sia per la complessità gestionale dell’istituto sia
per il contesto territoriale. Anche qui Pujia porta avanti la sua formula operativa: ordine, ascolto, dialogo
istituzionale e una gestione moderna, capace di coniugare disciplina e umanità.
Oggi guida la Casa Circondariale di Siena, il carcere di San Gimignano e ricopre il ruolo di reggente ad
Arezzo. Una triade impegnativa, con esigenze e territori differenti, che richiede una regia attenta e costante.
L’ho incontrato a Siena, nella Casa Circondariale di Santo Spirito: una visita che conferma la sua prassi
operativa basata su dialogo, presenza e conoscenza diretta delle dinamiche interne.
Centrale nella sua visione amministrativa è il rapporto con il territorio. Per questo Pujia ha scelto di
presentarsi alla città attraverso il progetto “Oltre le sbarre”, un percorso che mira ad avvicinare la comunità
alla realtà carceraria, creare trasparenza e raccontare ciò che solitamente rimane nascosto. Proprio a Siena, il
direttore racconta come l’identità dell’istituto sia profondamente legata alla sua storia. Si tratta di una
struttura – ex convento medievale incastonato accanto alla chiesa del Santo Spirito – che vive in continuità
con la città. Due stanze utilizzate oggi come uffici erano un tempo parte della sagrestia, di fatti ci dice che
ancora ne paga l’affitto. L’immagine che ci restituisce è di piena integrazione: «essendo al centro della città
favorisce l’osmosi e lo scambio culturale con la città stessa».
L’aspetto originale dell’istituto, come carcere che si mostra, è un elemento che desta «curiosità». Le bandiere
all’ingresso, accanto alla chiesa, incuriosiscono i passanti che spesso si spingono a citofonare per chiedere
informazioni. Dal suo racconto emerge un elemento di presenza discreta ma quotidiana nella vita dei
cittadini, che si intreccia anche con una delle tradizioni più rinomate di Siena: il Palio. «Spesso d’estate
siamo invitati a partecipare nella comunità come testimonianza di un’istituzione integrata nelle altre
istituzioni».
Un modo per rompere barriere e pregiudizi, mostrando che dietro ogni istituto ci sono operatori, donne e
uomini detenuti, storie, difficoltà e soprattutto possibilità. Dall’intervista emerge chiaramente una delle
priorità del lavoro di Pujia: «l’attenzione con il mondo penitenziario che non è sempre scontato». Parla di
«coinvolgere, e portare il carcere fuori per favorire quel percorso trattamentale che porta all’inserimento
del detenuto nel momento del fine pena» come parte integrante della sia missione.
Il suo percorso professionale racconta un dirigente che conosce a fondo il sistema penitenziario, dai reparti
femminili ai livelli più alti della sicurezza, passando per realtà complesse come Trieste, e che conserva una
visione umana e costituzionale della pena. «Io sono qui da quasi un anno con l’obiettivo di aumentare le
attività trattamentali perché mi sono accorto che contrariamente a quello che suggerisce il nome dell’istituto
– Casa Circondariale, quindi soggetta al turn-over dei detenuti – qui ce ne è pochissimo». Nei primi tre mesi
il direttore ha registrato solo tre nuovi detenuti, i cosiddetti “nuovi giunti”.
Da qui la proposta di trasformare l’istituto in un “piccolo penalino”, come progetto che sfrutti anche le
convenzioni attive con le Università – tra cui quella per stranieri – e che punti ad accogliere «detenuti più
selezionati, con un fine pena più lungo, compatibili con il limite degli ultimi 5 anni previsti dalla struttura».
L’obiettivo è quello di costruire un’offerta continuativa che preveda anche futuri progetti, nel caso in cui «il
detenuto non desta preoccupazioni dal punto di vista della sicurezza».
Questo approccio ha visto risultati soddisfacenti da parte anche di partner esterni. «Di questo sono entusiasti
anche chi viene dall’esterno». Di recente il carcere ha ospitato Anna Valle e la compagnia teatrale che si è
esibita al Teatro dei Rinnovati, grazie a una convenzione attiva con il Comune, «essendo il teatro all’interno
del comune, quindi nella piazza storica del campo». Un esempio di come la collaborazione tra istituzioni
possa dar vita a iniziative inedite. «È tutto un connettersi di relazioni tra le istituzioni che può portare a delle
attività e iniziative progettuali che sono singolari e non si potrebbero fare altrove».
La sfida che guida il suo lavoro è la stessa che attraversa il Paese: un carcere che sia sicuro, ma anche capace di restituire

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