All’interno dell’Istituto Penitenziario di Teramo, la dottoressa Patrizia Bruna Boccia, funzionario giuridico-pedagogico, opera ogni giorno in un contesto complesso in cui educazione, ascolto e recupero si intrecciano con le rigidità dell’istituzione carceraria. Con un’esperienza maturata sul campo e uno sguardo sempre aperto e curioso, Boccia racconta le sfide quotidiane di un ruolo che richiede equilibrio, empatia e una profonda capacità di relazione umana. Dalle difficoltà legate al sovraffollamento alle potenzialità del trattamento, fino alla necessaria sinergia tra carcere e territorio, il suo punto di vista offre uno spaccato lucido e umano di cosa significhi lavorare per il reinserimento di chi, un giorno, tornerà nella società libera.
Dottoressa Boccia, quali sono le sfide più rilevanti che incontra ogni giorno nel suo lavoro educativo e giuridico all’interno dell’Istituto Penitenziario di Teramo?
La sfida più rilevante che incontro nell’attività lavorativa quotidiana risiede proprio nella dualità del lavoro del funzionario giuridico pedagogico, caratterizzato dal contesto nel quale si svolge. Se da un lato le nostre azioni devono avere sempre un intento educativo quindi di accoglienza della persona, rilevazione dei reali bisogni e ascolto soprattutto, dall’altro lato c’è il contenimento proprio che è dell’istituzione totale carceraria, di cui noi funzionari siamo pienamente organici. Abbiamo persone adulte detenute, gran parte di esse condannate per aver violato norme penali in modo più o meno grave, ma dobbiamo costruire con loro un canale comunicativo e stabilire un rapporto di fiducia.
A parte questo il grave problema, non una sfida ma una disfunzione del sistema, è il sovraffollamento che ci ha in parte relegato a svolgere tante funzioni “cartacee” e a dover trascurare spesse volte la qualità per la quantità.
In che modo il percorso trattamentale può incidere concretamente sulla vita dei detenuti e quali strumenti si sono rivelati più efficaci per favorire un cambiamento reale?
Poter offrire un valido percorso trattamentale nella detenzione è essenziale, perché dalla punizione in sé non si apprende molto o si cambia realmente. La detenzione avviene nel percorso esistenziale delle persone, così come la scelta di delinquere. Oltre all’ analisi di quanto accaduto insieme agli operatori penitenziari, poter impegnarsi in attività le più varie in base alle proprie inclinazioni apre un universo di possibilità. Relazioni nuove, vere e rispettose che possono stabilirsi con insegnanti, docenti universitari, datori di lavoro e colleghi per chi esce dall’ istituto a lavorare, volontari e chiunque con noi opera nel quotidiano permettono al detenuto di percorrere nuove strade. Lo studio, il lavoro serio e i laboratori espressivi, soprattutto il teatro, ho sperimentato essere i più efficaci nel trattamento.
Quanto è determinante la sinergia tra professionisti interni al carcere e realtà esterne — come scuole, enti formativi, volontariato — per costruire opportunità di reinserimento?
La sinergia è quel livello di collaborazione che è in grado di generare un risultato che supera la mera somma delle parti. Ecco questo è forse il termine che maggiormente si addice ad un carcere che funziona, perché occorre attivarle almeno su due livelli secondo me.
Un livello essenziale è quello che opera su tutti i ruoli che lavorano all’interno del carcere in maniera stabile come sono senz’altro tutte le articolazioni dell’amministrazione penitenziaria, fondamentale il ruolo della polizia penitenziaria, ma anche la ASL nei suoi servizi.
Ma se una delle missioni fondamentali dell’amministrazione penitenziaria è assicurare il rispetto della dignità e dei diritti degli uomini e delle donne recluse in osservanza delle misure privative della libertà personale disposte dalla legge, l’altra è quella di favorire il reinserimento sociale di queste persone che sono destinate a ritornare nella società civile libera, magari migliorati. In entrambi i casi la partecipazione attiva e consapevole del privato sociale, delle altre istituzioni e del mondo del volontariato resta la condicio sine qua non per la realizzazione di quanto enunciato dalla Costituzione Italiana, pena il faticoso dipanarsi di innumerevoli azioni che resterebbero però in una sorta di autismo istituzionale.
Guardando alla sua esperienza, quali qualità personali e professionali ritiene indispensabili per operare in un ambiente complesso come quello penitenziario, mantenendo equilibrio e capacità di ascolto?
Vede a me questo lavoro ha offerto tanto (sia in termini di ricchezza di amicizie e legami che in formazione del carattere) ma anche io mi sono applicata tanto in questi anni, anche quando non era affatto facile e mi trovavo a 600 km da casa. Sono una persona che è sempre stata curiosa e non ho mai amato le definizioni applicate alle persone, figurarsi a me stessa. Mantenere uno sguardo pulito sul mondo nonostante tutto, curioso e aperto sono le qualità professionali che credo possano aiutare ad essere più efficaci nel proprio lavoro, unitamente al fatto di amare quel che si fa.

