ROMA – Una sala gremita, stretta sotto la Nuvola dell’EUR, si trasforma per un giorno nel cuore politico dell’Europa. Lì, Volodymyr Zelensky non cerca solo fondi, ma la conferma che l’Occidente non si è stancato della guerra. Che l’Ucraina non è diventata un “conflitto congelato”, utile per le conferenze e dannoso per le urne. La risposta, per ora, è un assegno da 10 miliardi di euro e una promessa: l’Europa non arretra.
Il nuovo piano Marshall?
A pronunciare l’espressione è proprio Zelensky, che ringrazia l’Italia per aver ospitato la quarta Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina. Accanto a lui, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen annuncia un pacchetto finanziario ambizioso, destinato a infrastrutture, scuole, ospedali e tecnologia. Di quei 10 miliardi, uno è immediatamente disponibile. Gli altri dovranno passare attraverso meccanismi di garanzia, investimenti privati e tempi burocratici.
Un fondo europeo specifico – con capitale iniziale di 220 milioni – dovrebbe catalizzare 500 milioni da imprese e banche di sviluppo entro il 2026. Una cifra importante, ma lontana dalle stime reali: per la ricostruzione dell’Ucraina si parla di almeno 500 miliardi di euro.
Le armi, la vera urgenza
A Roma non si parla solo di ricostruzione. Sullo sfondo, l’Ucraina continua a resistere sotto i bombardamenti russi. Le immagini dell’attacco all’ospedale pediatrico di Kiev bruciano ancora. Zelensky le mostra in conferenza stampa, accanto a Giorgia Meloni. L’obiettivo? Ricordare che nessuna ricostruzione è possibile senza protezione.
“Abbiamo bisogno di Patriot, di difese aeree, non solo di impegni futuri”, è il messaggio del presidente ucraino. La Germania promette nuovi sistemi, la Gran Bretagna fornirà 5.000 missili Thales. L’Italia conferma il proprio sostegno, mentre la NATO valuta nuove forniture. Ma resta la domanda: l’Occidente sta dando armi per vincere o solo per non perdere?
Un’Italia protagonista, ma cauta
Giorgia Meloni gioca un ruolo da padrona di casa. Accoglie Zelensky a Palazzo Chigi, lo accompagna nella conferenza, parla di “una pace giusta” e del diritto dell’Ucraina a difendersi. Ma evita promesse eccessive, consapevole delle tensioni interne. In Parlamento il consenso per l’invio di armi si assottiglia, e le opposizioni – anche in Europa – chiedono con sempre maggiore forza di aprire un canale diplomatico con Mosca.
Nel frattempo, il governo italiano cerca di coinvolgere le imprese. ENI, Leonardo, Ferrovie, Eni, Generali: il tessuto industriale italiano è pronto, ma serve una cornice normativa chiara. E soprattutto, serve sicurezza. Nessun imprenditore firma contratti se non sa se la città in cui investirà esisterà ancora tra sei mesi.
Dieci miliardi bastano?
In apparenza, l’Europa c’è. Ma il rischio è che lo sforzo resti insufficiente. I fondi annunciati a Roma sono importanti, ma non ancora garantiti. L’Ucraina, nel frattempo, continua a consumare risorse umane e militari a un ritmo insostenibile. E le elezioni americane incombono: se Donald Trump dovesse tornare alla Casa Bianca, lo scenario cambierebbe radicalmente.
La Conferenza di Roma è dunque un segnale politico più che economico. L’Europa vuole restare al fianco di Kiev, ma non è chiaro per quanto ancora sarà disposta a pagare il prezzo di questa alleanza.
Zelensky ha lasciato Roma con nuovi accordi e molte strette di mano. Ma anche con la consapevolezza che la sua guerra – per l’Ucraina, per la libertà, per la democrazia – è ormai diventata un test di tenuta per l’intero continente. E l’Europa, tra vincoli di bilancio e tentazioni isolazioniste, dovrà decidere se essere protagonista della storia o spettatrice della sua disgregazione.

