SE DIO STACCASSE LA PRESA: IL GIORNO IN CUI L’UNIVERSO SI FERMEREBBE E L’UOMO RESTEREBBE SOLO DAVANTI AL MISTERO

Un viaggio tra filosofia, religione e psicologia alla ricerca della domanda più antica: perché esiste qualcosa invece del nulla? Riflessioni tra filosofia, psicologia della coscienza e spiritualità dell’uomo contemporaneo C’è una domanda che attraversa la storia dell’uomo come un filo invisibile, una domanda capace di unire il filosofo davanti all’enigma dell’essere, il credente davanti al mistero del divino e lo scienziato davanti all’immensità del cosmo: che cosa accadrebbe se Dio staccasse la presa? L’immagine è semplice, quasi quotidiana. Una presa elettrica che viene tolta, una luce che si spegne, una macchina che improvvisamente si arresta. Ma applicata all’universo questa metafora diventa vertiginosa: e se ciò che chiamiamo realtà non fosse soltanto qualcosa che esiste, ma qualcosa che viene continuamente sostenuto? Da migliaia di anni l’uomo osserva il cielo e sente nascere dentro di sé una domanda che nessuna civiltà ha mai potuto ignorare. Le stelle, il tempo, la vita, la coscienza: tutto sembra appartenere a un ordine più grande della semplice casualità. La domanda su Dio non è soltanto una domanda religiosa, ma una domanda sull’essenza stessa dell’esistenza. Le grandi tradizioni spirituali del mondo hanno dato risposte diverse, ma spesso hanno incontrato un’intuizione comune: il creato non è un oggetto abbandonato nel vuoto. Nella tradizione ebraica l’universo è mantenuto continuamente nell’essere attraverso un atto creativo che non appartiene soltanto al passato, ma al presente. Nel cristianesimo Dio non è soltanto colui che dà origine al mondo, ma colui che lo sostiene in ogni istante. Nell’Islam la realtà dipende continuamente dalla fonte divina che la mantiene. Nelle filosofie dell’India il cosmo attraversa cicli eterni di nascita, trasformazione e dissoluzione, mentre il buddhismo invita a guardare l’esistenza come un intreccio infinito di relazioni e trasformazioni, dove nulla esiste separato dal tutto. La filosofia occidentale ha cercato di dare un nome a questo principio nascosto. Platone lo cercò nel mondo delle idee, Aristotele parlò di un primo principio capace di dare movimento all’universo, gli stoici immaginarono un Logos, una ragione universale che attraversa ogni cosa. Nei secoli moderni la domanda non è scomparsa, ma si è trasformata: perché l’universo possiede un ordine comprensibile? Perché la materia, dopo miliardi di anni di evoluzione, ha generato una mente capace di interrogarsi sulle proprie origini? È qui che entra in gioco la psicologia più profonda. L’uomo non vive soltanto di bisogni biologici: vive di significati. La ricerca di un senso è una delle forze fondamentali della coscienza. Quando l’essere umano perde ogni collegamento con qualcosa di più grande di sé, può sperimentare un vuoto che non riguarda soltanto il pensiero, ma l’intera struttura della propria esistenza. La domanda su Dio diventa allora anche una domanda interiore: quale forza mantiene accesa la nostra luce quando attraversiamo il buio? La scienza contemporanea, con i suoi strumenti straordinari, non ha eliminato il mistero; in molti aspetti lo ha reso ancora più grande. Ogni nuova scoperta sull’universo apre nuove domande. Più comprendiamo la materia, più emerge la complessità della vita. Più studiamo il cervello, più ci confrontiamo con il mistero della coscienza. La scienza racconta il funzionamento della realtà, mentre filosofia e religione continuano a interrogarsi sul significato ultimo di quella realtà. Forse allora la metafora della “presa” deve essere ripensata. Forse Dio non è un essere esterno all’universo che tiene in mano un interruttore cosmico. Forse, secondo alcune delle più profonde visioni spirituali, il divino non è fuori dalla realtà, ma è la profondità invisibile che la attraversa. E allora la domanda finale cambia completamente. Non è più soltanto: “Cosa succederebbe se Dio staccasse la presa?”. Diventa: “Qual è il mistero per cui la presa continua a essere collegata?” Perché il vero enigma non è soltanto la possibile fine dell’universo. Il vero enigma è il fatto che l’universo esista, che la vita sia comparsa, che la coscienza abbia aperto gli occhi e che una piccola parte del cosmo abbia iniziato a porsi la domanda più grande di tutte: perché siamo qui? Forse la luce più straordinaria non è quella delle stelle lontane, ma quella che nasce dentro l’uomo quando cerca il significato della propria esistenza. Gilberto Di Benedetto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *