Ho conosciuto Stefania Lisi per ora solo telefonicamente.
Eppure, fin dalle prime parole, ho avuto la sensazione rara di parlare con una persona che non recita un ruolo, ma abita fino in fondo la propria storia.
Stefania Lisi è una donna di 83 anni, ma questa è solo un’informazione anagrafica. La sua voce è limpida, giovane, attraversata da una vitalità che non ha nulla di nostalgico. È la voce di chi ha sofferto molto e non si è indurito. Di chi ha perso una figlia – uno dei dolori più grandi che un essere umano possa attraversare – e ha scelto di non lasciare che quel dolore diventasse chiusura.
Al contrario, Stefania Lisi ha trasformato il trauma in cura per gli altri, in attenzione profonda verso chi è fragile, diverso, fuori norma. Il suo lavoro e la sua visione nascono da qui: da un’esperienza reale, non teorica, della sofferenza e della resilienza.
Nel suo percorso umano e artistico, la disabilità non è mai stata vista come un limite da nascondere o da correggere. È sempre stata considerata una forma altra di presenza, una modalità diversa di stare al mondo, spesso più autentica, più sensibile, più vera. Quando Stefania Lisi parla di arte e disabilità, non lo fa con pietismo né con retorica sociale, ma con rispetto e intelligenza.
Quando, con ironia affettuosa, mi ha definito “disabile” pensando a una possibile mostra artistica dedicata ai disabili, ho sentito quel termine liberarsi dal peso dell’offesa o della classificazione. In quel contesto, “disabile” significava diversamente capace di vedere, diversamente capace di sentire. Un complimento, non un’etichetta.
L’arte, per Stefania Lisi, non è mai decorazione.
È relazione, è ascolto, è spazio aperto.
È uno strumento per dare voce a chi normalmente non viene ascoltato e per ricordare che la normalità non è un valore assoluto, ma una costruzione culturale spesso escludente.
La sua idea di una mostra che coinvolga persone con disabilità non nasce dal desiderio di “includere”, ma da qualcosa di più profondo: riconoscere. Riconoscere che esistono sguardi sul mondo che il sistema tende a ignorare, e che proprio quegli sguardi sono spesso i più necessari.
A 83 anni, Stefania Lisi dimostra che l’arte autentica non invecchia.
Chi resta fedele alla propria umanità, chi continua a mettersi in gioco, ringiovanisce. Non nel corpo, forse, ma nello spirito, nel pensiero, nella capacità di amare e di creare.
Non vedo l’ora di conoscerla di persona.
Perché Stefania Lisi appartiene a quella rarissima categoria di esseri umani che non si limitano a parlare di arte, ma la incarnano. Hypnos maestro del nulla poeta del tutto

