La medicina che entra nella rete: l’intervento del professor Raoul Saggini Ho appena ascoltato, presso la Link Campus University di Roma, la relazione del professor Raoul Saggini nell’ambito della terza edizione del Medical Social Awards e ne sono uscito con una sensazione precisa: quella di avere assistito non semplicemente a una relazione sulla comunicazione sanitaria, ma a una riflessione molto più ampia sul nostro tempo. Saggini ha parlato di medicina, social network, fake news e responsabilità di chi comunica la salute, ma, ascoltandolo, il tema appariva immediatamente più grande, perché dietro ogni informazione sanitaria c’è una persona: qualcuno che ha paura, che cerca una risposta, che vuole capire che cosa gli sta accadendo e che spesso arriva su Internet prima ancora di arrivare nello studio di un medico. È questo l’aspetto che mi ha maggiormente colpito del suo intervento: non ha trattato la comunicazione digitale come una moda, ma come un nuovo ambiente nel quale la medicina è ormai costretta a vivere. Il professor Saggini ha riportato la discussione al punto essenziale: la qualità dell’informazione sanitaria non è soltanto un problema tecnico, ma un problema profondamente umano. Quando una persona cerca informazioni su una malattia, infatti, non sta semplicemente facendo una ricerca su Internet: spesso sta cercando di governare la propria paura. E in quel momento ogni parola può assumere un peso enorme. Una comunicazione superficiale può generare ansia; una comunicazione corretta può invece aiutare una persona a orientarsi e a rivolgersi al professionista giusto. Da psicologo, psicoterapeuta e fisioterapista, questo passaggio mi ha particolarmente interessato. Il web ha modificato anche la psicologia del rapporto con la malattia. Il paziente non arriva più necessariamente dal medico senza informazioni: arriva spesso con una storia già costruita attraverso Google, Instagram, YouTube, TikTok, forum e testimonianze di altre persone. Porta con sé convinzioni, paure, interpretazioni e talvolta anche risposte che considera già definitive. Il compito del professionista diventa allora anche quello di ricostruire un rapporto con quella persona partendo dalle informazioni che ha già ricevuto. Ed è qui che ho trovato particolarmente interessante l’impostazione di Saggini. La sua riflessione non sembra chiedere di tornare indietro, di demonizzare i social o di immaginare una medicina separata dal mondo digitale. Al contrario, invita a confrontarsi con questa nuova realtà e a farlo con maggiore responsabilità. Il Medical Social Awards nasce proprio dentro questa esigenza. La sua intuizione è importante perché oggi non basta produrre buona medicina: bisogna anche saperla raccontare. E raccontarla bene significa trovare un equilibrio difficile: essere comprensibili senza diventare semplicistici, essere autorevoli senza essere autoreferenziali, essere divulgativi senza trasformare la divulgazione in spettacolo. Mentre lo ascoltavo pensavo proprio a questo: forse la vera sfida dei prossimi anni non sarà soltanto quella di combattere le fake news, ma quella di costruire una vera cultura dell’informazione sanitaria. Una cultura nella quale il cittadino impari a riconoscere una fonte affidabile, il medico impari a comunicare con i nuovi linguaggi e i social possano diventare strumenti di conoscenza anziché semplicemente amplificatori di ciò che fa più rumore. Per questo sono uscito dalla relazione di Saggini sinceramente entusiasta. Non soltanto per ciò che ha detto, ma per il fatto che abbia portato la medicina dentro una delle questioni più delicate del nostro presente: la qualità delle informazioni attraverso le quali costruiamo la nostra idea di salute. E forse il valore più autentico del progetto che ha ideato sta proprio qui: non premiare semplicemente chi parla di medicina sui social, ma interrogarsi su come la medicina possa continuare a essere credibile in un mondo nel quale tutti possono parlare di medicina. È una differenza enorme. E oggi, ascoltando il professor Raoul Saggini alla Link Campus University, questa differenza mi è sembrata particolarmente evidente. Dott. Gilberto Di Benedetto Psicologo, psicoterapeuta e fisioterapista

