9 giugno 2026 Non si tratta di un comunicato stampa tardivo, ma del bisogno di riflettere ancora. Ieri l’altro ho partecipato alla celebrazione liturgica del Corpus Domini, officiata dal Vescovo di Trieste, mons. Enrico Trevisi, all’interno della bella cappella rimessa a nuovo nel Carcere di Trieste “Comandante Ernesto Mari”, ma noto alla città come il “Coroneo”. Insieme al vescovo c’era il direttore della Caritas Diocesana, Padre Giovanni La Manna, due giovani sacerdoti e Padre Silvio Alaimo, lo storico Cappellano del Carcere. Ci accompagnava il Comandante dell’istituto, dr. Guido Tipaldi. Tutto, come si suol dire, è “filato liscio” e la partecipazione di numerose persone detenute alla solennità dava conforto, qualunque divinità si volesse invocare. Le parole del Vescovo sembravano favorire quel bisogno di riflettere e, soprattutto, di rimettersi in gioco, tutti, nessuno escluso. Al termine, però, della funzione diversi detenuti, vedendomi, hanno chiesto di parlarmi e, in verità, anch’io intendevo ascoltare alcune di loro, di cui avevo preso i nominativi nella precedente visita effettuata non molto tempo fa. Ho così iniziato a riceverli in una stanza messami a disposizione. Ero abbastanza sereno, dopotutto era domenica, una giornata di festa e accade che già questo, soprattutto se sei persona libera e sai che da lì a poco sarai insieme ai tuoi familiari, ti faccia sentire bene. Ho dovuto però subito ricredermi: le storie che sentivo, una dopo l’altra, erano come schiaffi violenti sul viso; erano storie di famiglie spezzate, di figli visti solo attraverso WhatsApp, di speranze di vita crollate. In questo giro di colloqui, osservavo come tutti i detenuti fossero persone giovani, più piccoli dei miei figli. Si presentavano ordinati nella persona e mi chiedevo come ci riuscissero, visto che vivevano ammassati in celle strapiene e con dei servizi igienici che, ove si fosse trattato di locali aperti al pubblico (bar, ristoranti, palestre, scuole, etc.), sarebbero stati immediatamente chiusi e i gestori denunciati. Immaginavo che quei giovani detenuti dovessero avere una capacità organizzativa straordinaria per riuscire tutti, all’interno delle stanze dove erano riposti e nell’arco di poco tempo, a sbarbarsi, lavarsi, vestirsi ed essere pronti per i colloqui. C’erano ieri, in istituto, 249 detenuti, quando a malapena la struttura potrebbe contenerne, tra uomini e donne, 150; ma in verità molti di meno, perché diverse zone del carcere sono inagibili; sottolineo che tutti i “captivi” chiedevano la “grazia” di poter lavorare, di poter provare ad essere utili in qualcosa, di poter guadagnare le somme comunque modeste che il lavoro in carcere consente, per poter aiutare le famiglie e sé stessi. Lavorare per loro era il miracolo che chiedevano a Dio, un miracolo che avrebbe consentito di dimenticare gli spazi ridotti, la promiscuità obbligata, il consumo che qualcuno affermava addirittura imposto di psicofarmaci, che li avrebbe ammansiti, che li avrebbe aiutati a dimenticare il luogo, il tempo, i processi e le pene e che, forse, avrebbe consentito perfino di recuperare il ricordo del viso della propria compagna, dei genitori, delle persone alle quali volevano bene. Un detenuto mi consegnava una sorta di approssimativa petizione, rilevavo diverse firme che corrispondevano al numero dei ristretti ospitati nelle diverse stanze detentive contrassegnate. Volevano denunciare la promiscuità, il sovraffollamento che non dorme mai, ed il continuo attacco delle cimici da letto che non riescono a debellare. Poco prima avevo intravisto un detenuto anziano seduto su materasso poggiato per terra, sul pavimento del corridoio. Un altro ristretto, tipo “sveglio”, “triestino patocco”, mi diceva che la vita era insopportabile e che non c’era cosa in carcere che ai suoi occhi funzionasse, pur riconoscendo tutti gli sforzi della direttrice e del personale penitenziario: sia lui che i suoi compagni non riuscivano a comprendere perché di default tutti i ristretti del Coroneo non potessero vedere riconosciuti i rimedi compensativi previsti dall’art. 35 ter dell’Ordinamento Penitenziario (L. 354/1975), il quale contempla, per quanti detenuti abbiano subito un trattamento inumano o degradante, in violazione dell’art. 3 della CEDU – Corte Europea dei diritti dell’Uomo (es. grave sovraffollamento, spazi inferiori a 3 mq per detenuto o carenze igieniche), degli sconti di pena e finanche dei risarcimenti economici, in ragione del numero delle giornate di detenzione scontate in quelle disumane condizioni. Possibile, mi chiedeva, che nessuno se ne accorgesse di come fossero degradanti i luoghi in cui erano costretti a vivere ? Cos’altro ancora c’era da dimostrare e certificare ? Perché non filmavano gli ambienti tutti e come loro fossero incastrati nelle luride celle ? Ma torniamo al Corpus Domini: la leggenda dice che nel 1263 avvenne un miracolo eucaristico. Un prete boemo, in pellegrinaggio verso Roma, si fermò a dir messa a Bolsena ed al momento dell’Eucarestia, nello spezzare l’ostia consacrata, fu pervaso dal dubbio che essa contenesse veramente il corpo di Cristo, ma a fugare i suoi dubbi, dall’ostia uscirono alcune gocce di sangue che macchiarono il suo candido corporale e alcune pietre dell’altare, da lì, papa Urbano IV istituì ufficialmente la festa del Corpus Domini. Ebbene, ieri, ho avuto la sensazione che da quella approssimativa petizione di detenuti, ai quali oltre alla libertà si sottrae sistematicamente la dignità, sgorgassero delle gocce di sangue capaci di imbrattare la coscienza dello Stato. Uno Stato che da troppi anni, quantomeno venti, ha mostrato di dimenticare esso stesso la sacralità delle leggi che l’Ordinamento deve, per primo, sapere convintamente onorare perché, altrimenti, è tutta finzione. Parlando con gli agenti ed il Comandante percepivo il medesimo disagio: anche il solo vedere le cose sembra rendere i testimoni complici. Ecco perché spero davvero che questa regione si ponga seriamente il problema del sovraffollamento detentivo e del bisogno civile, umano, non più rinviabile, di favorire la realizzazione di un nuovo istituto penitenziario a Trieste che soppianti l’attuale, assolutamente inadeguato, e che esso venga immaginato come un luogo dove detenuti e detenenti vivano il tempo detentivo ed quello del lavoro con dignità; un luogo dove si ricostruiscano le coscienze, dove si apprendano mestieri veri e spendibili sul mercato, una Casa Circondariale dove si possano studiare le arti e le scienze e non, invece, come si ci perfezioni nel crimine, un luogo che favorisca la sicurezza vera, consentendo alle persone detenute di rimettersi in gioco. In caso contrario, avremo perso tutti. Il Garante Regionale dei diritti della persona Enrico Sbriglia

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