L’11 agosto 2006, a Sarezzo, una tranquilla cittadina della Valtrompia nel bresciano, la terra del giardino di una villetta inghiottiva il corpo e i sogni di Hina Saleem. Aveva vent’anni, un sorriso luminoso e il desiderio, inscalfibile, di decidere da sola del proprio destino. A vent’anni di distanza, la storia di Hina non appartiene solo alle cronache giudiziarie: è diventata un simbolo universale della lotta per l’autodeterminazione femminile contro le catene del patriarcato. Ma è anche la storia di chi, dal giorno dopo quella tragedia, ha trasformato quel dolore in una battaglia civile per impedire che altre giovani facessero la stessa fine.
Nata in Pakistan e giunta in Italia a quattordici anni, Hina si era trovata a vivere sospesa tra due mondi. Da un lato c’era l’Italia dell’emancipazione, del lavoro indipendente, dei jeans, della musica e dei sentimenti vissuti alla luce del sole; dall’altro, una struttura familiare ancorata a una visione rigida dei ruoli di genere, dove l’onore della famiglia pesava interamente sulle sue scelte.
Hina lavorava come cameriera, viveva una storia d’amore con un ragazzo italiano e desiderava semplicemente essere se stessa. Non cercava lo scontro, ma rivendicava il diritto fondamentale di rifiutare un matrimonio combinato. Per il padre, Mohammed Saleem, e per gli uomini della famiglia, quella ricerca di autonomia venne tradotta in un’unica parola: tradimento.
La sera dell’11 agosto 2006, con l’inganno di un chiarimento, Hina fu attirata nella casa di Sarezzo. Lì trovò ad attenderla un tribunale domestico. Al suo ennesimo, fiero rifiuto di piegarsi, fu brutalmente uccisa a coltellate e sepolta nel giardino con il volto rivolto verso la Mecca. Un dettaglio che rese ancor più evidente il tentativo di giustificare un barbaro omicidio con una falsa veste religiosa o di “onore”, concetto che la giustizia italiana demolì categoricamente nelle successive sentenze di condanna.
Se la vicenda di Hina Saleem è rimasta impressa nella coscienza collettiva italiana, lo si deve anche alla tenacia di Souad Sbai. La giornalista e saggista di origine marocchina, da sempre in prima linea per la difesa dei diritti delle donne musulmane in Italia attraverso l’associazione Acmid-Donna, ha colto fin da subito la portata simbolica e politica del sacrificio di Hina.
Attraverso articoli, interventi televisivi e saggi come L’inganno e Il sogno spezzato, Souad Sbai ha citato ripetutamente il caso di Hina per denunciare ciò che definisce senza mezzi termini il “delitto d’onore moderno” e i rischi del fondamentalismo religioso. Per Sbai, l’omicidio di Hina non è stato un fatto di cronaca isolato, ma la punta dell’iceberg di una sofferenza silenziosa che coinvolge molte ragazze di seconda generazione, schiacciate tra l’integrazione quotidiana e la segregazione domestica.
La sinergia tra la memoria di Hina Saleem e l’impegno di figure come Souad Sbai ha costretto le istituzioni e la società civile a guardare in faccia una realtà complessa, accelerando una presa di coscienza legislativa e culturale.
A vent’anni da quella notte a Sarezzo, ricordare Hina Saleem significa non dimenticare il prezzo pagato da chi ha cercato di spezzare le catene dell’oppressione. Il suo sorriso e le battaglie nate nel suo nome continuano a ricordare che la libertà individuale non può mai essere barattata in nome di alcuna tradizione.

