Il Golem moderno: quando lo stress diventa un programma «Chi se la prese campò un mese; chi non se la prese, troppo campò.»

Una frase popolare che, letta con gli strumenti della neuropsicofisiologia, apre una domanda sorprendentemente attuale: quanto il modo in cui viviamo dipende dalle nostre scelte e quanto, invece, da un sistema di allarme che continua a funzionare anche quando il pericolo è finito? Lo stress non è soltanto una sensazione psicologica. Quando il cervello interpreta una situazione come minacciosa, impegnativa o incontrollabile, entrano in gioco sistemi neuroendocrini e autonomici. L’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, o HPA, attiva una sequenza che coinvolge CRH, ACTH e cortisolo; contemporaneamente il sistema nervoso autonomo contribuisce alla risposta di allerta. Il cortisolo è indispensabile: mobilita energia, partecipa alla regolazione del metabolismo, dell’immunità e della risposta dell’organismo alle richieste ambientali. Non è dunque il cortisolo il “nemico”. Il problema è la regolazione. Una risposta allo stress fisiologicamente efficace dovrebbe attivarsi davanti alla richiesta e successivamente ridursi, consentendo all’organismo di recuperare. Quando invece le richieste vengono percepite come continue, imprevedibili o non controllabili, la regolazione dello stress può diventare meno efficiente. È il terreno della cosiddetta allostasi e del carico allostatico: il costo cumulativo che l’organismo sostiene per adattarsi ripetutamente alle sollecitazioni. Per questo non è scientificamente corretto dire semplicemente “più stress uguale più cortisolo”: nelle condizioni croniche possono modificarsi il ritmo, la risposta e il feedback dell’asse HPA. È l’equilibrio dell’intero sistema a diventare centrale. Ed è proprio qui che nasce la metafora del Golem moderno. Nella tradizione ebraica, il Golem è una creatura artificiale alla quale viene data forma e funzione. Trasformato in metafora contemporanea, può rappresentare l’essere umano che continua a funzionare, produrre, controllare, correre e ottimizzare senza interrogarsi più sul significato delle proprie azioni. Non è una figura riferita agli ebrei: è una figura nata dalla cultura ebraica e diventata patrimonio simbolico universale. Persino la parola conserva questa stratificazione. Nell’ebraico moderno golem (גולם), oltre ai significati legati alla creatura leggendaria e alla materia informe, può essere utilizzato figurativamente per indicare una persona ingenua, poco sveglia o sciocca. È una curiosità linguistica che rende ancora più potente la metafora: l’automatismo non consiste nell’ignorare tutto, ma nel perdere progressivamente la capacità di interrogare ciò che si sta facendo. Il paradosso moderno è che anche comportamenti apparentemente salutari possono trasformarsi in fonti di pressione quando diventano obblighi interiori: devo essere efficiente, devo allenarmi, devo controllare ciò che mangio, devo dormire perfettamente, devo produrre, devo migliorarmi continuamente. Il comportamento può essere virtuoso; la modalità psicofisiologica con cui viene vissuto può diventare stressante. Non conta soltanto ciò che facciamo, ma anche il modo in cui il cervello interpreta ciò che facciamo. Qui la neuropsicofisiologia incontra la psicologia: percezione, significato, controllo soggettivo, emozioni e comportamento dialogano continuamente con i sistemi neuroendocrini. Il corpo non riceve soltanto ordini dalla mente e la mente non vive separata dal corpo. Esiste un circuito permanente di comunicazione nel quale esperienza psicologica e regolazione fisiologica si influenzano reciprocamente. Ed è forse qui che Dante può incontrare, idealmente, la tradizione ebraica. «Uomini siate, e non pecore matte»: non come giudizio contro un popolo, ma come invito universale a non rinunciare alla propria facoltà critica. La grande tradizione ebraica dello studio, dell’interpretazione e della discussione può essere richiamata proprio come simbolo di una mente che non accetta passivamente il significato delle cose, ma continua a interrogarle. Il vero opposto del Golem non è quindi l’uomo perfetto. È l’uomo consapevole. Quello che sa fermarsi, ascoltare il proprio corpo, riconoscere l’allarme, recuperare e soprattutto domandarsi quale senso abbia ciò che sta facendo. Il Golem moderno non è semplicemente quello che non sa. È quello che non sa più perché fa le cose. È un automa programmato per essere incosciente. E la coscienza comincia quando il programma si interrompe, il corpo torna ad ascoltare se stesso e l’uomo pronuncia la domanda più semplice e più rivoluzionaria: «Perché?» Dottor Gilberto Di Benedetto, psicologo e psicoterapeuta, esperto in guerra psicologica e operazioni psyops

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