L’esperienza di Milano e Bologna mostra una via italiana al lavoro ibrido. Il progetto europeo REMAKING traccia le linee guida per le amministrazioni
di Giovanni Moriggi
MILANO – Ventiquattro sedi, 124 postazioni, migliaia di ore di spostamenti risparmiate. I numeri del near working del Comune di Milano raccontano una piccola rivoluzione silenziosa: avvicinare il lavoro ai cittadini, anziché costringerli a lunghi viaggi quotidiani verso il centro. Un modello che sta prendendo piede anche in altre città italiane e che rappresenta forse la risposta più concreta alla domanda su come organizzare il lavoro pubblico nell’era post-pandemica.
Se ne è parlato il 12 febbraio al Politecnico di Milano, durante il workshop del progetto europeo REMAKING, che ha riunito amministratori pubblici, sindacati, imprese e ricercatori per fare il punto sullo stato del lavoro a distanza in Italia e in Europa. E proprio il “near working” – lavorare vicino a casa, in uffici decentrati o biblioteche pubbliche – è emerso come una delle pratiche più apprezzate dai dipendenti pubblici.
Chi usa gli spazi di prossimità
La ricerca del Politecnico di Milano ha fotografato con precisione il profilo di chi sceglie il near working: sono persone che abitano fuori Milano, impiegano tra 60 e 90 minuti per raggiungere la sede centrale (prevalentemente con i mezzi pubblici) e hanno carichi di cura – figli piccoli, genitori anziani, familiari fragili. Per loro, poter lavorare in una biblioteca o in un ufficio comunale vicino a casa significa recuperare fino a tre ore al giorno.
“Il tempo risparmiato negli spostamenti non è solo tempo libero”, spiega Ilaria Mariotti, professoressa del Politecnico di Milano che ha coordinato lo studio sul Comune di Milano. “È tempo che può essere dedicato alla cura della famiglia, ma anche alla cura del territorio, del quartiere in cui si abita. È una concezione valoriale dello smart working, che promuove la partecipazione pubblica”.
Il Comune di Milano ha attivato otto biblioteche come spazi di near working, insieme ad altri uffici decentrati. E la richiesta principale degli utilizzatori è chiara: “Vogliono altri spazi, ancora più vicini a casa”. Un segnale che questa formula funziona.
L’esperienza di Bologna e dell’Emilia-Romagna
Al workshop hanno partecipato anche rappresentanti del Comune di Bologna e della Regione Emilia-Romagna, che hanno attivato percorsi simili. “Non si tratta solo di una questione organizzativa”, hanno spiegato. “È una scelta politica che riguarda l’attrattività del lavoro pubblico e la qualità della vita nei territori”.
L’esperienza emiliana dimostra che il near working può essere uno strumento di riequilibrio territoriale. In un Paese dove le aree interne si spopolano e le grandi città faticano a gestire i flussi pendolari, avvicinare il lavoro ai cittadini significa ripensare la geografia degli spostamenti quotidiani.
Lo smart working come politica per la famiglia
Ma c’è un aspetto che finora è rimasto in secondo piano nel dibattito pubblico: il legame tra lavoro a distanza e natalità. Un recente studio dell’Università di Stanford negli Stati Uniti ha evidenziato una correlazione positiva tra smart working e tasso di natalità. E la ricerca REMAKING conferma che avere figli è uno dei fattori che aumentano la soddisfazione di chi lavora in modalità ibrida.
“Il lavoro a distanza può e deve essere proposto come politica per la famiglia”, sostiene Mariotti. “Favorisce la conciliazione vita-lavoro, supporta la natalità e aumenta l’inclusione nel mercato del lavoro, soprattutto femminile ma anche di persone con disabilità o fragilità”.
I dati della ricerca europea, che ha coinvolto 14.000 lavoratori in sei Paesi, mostrano però anche un lato oscuro: le donne risultano meno soddisfatte del lavoro a distanza rispetto agli uomini. Un segnale che forse il carico di cura familiare, anche quando si lavora da casa, continua a pesare più sulle spalle femminili.
L’innovazione organizzativa necessaria
Durante i focus group del workshop sono emerse con forza le sfide che amministrazioni pubbliche e imprese devono affrontare. La prima: ripensare gli spazi per ufficio. “L’ufficio deve diventare un luogo attrattivo”, hanno sottolineato i partecipanti, “dove scambiare idee, informazioni, conoscenze, favorire socializzazione, creatività e innovazione”. Non più solo uno spazio dove svolgere compiti routinari.
La seconda sfida riguarda i modelli di leadership. “I dirigenti pubblici e privati stanno cambiando il loro approccio”, hanno osservato i rappresentanti della Bocconi e di Assolombarda presenti al workshop. “È importante offrire formazione a tutti i livelli, compreso il coaching tra pari, per affrontare al meglio questi cambiamenti”.
Marco Carlomagno, segretario generale della FLP (Federazione Lavoratori Pubblici e Funzioni Pubbliche), ha posto l’accento sulla necessità di tutele: “Servono garanzie chiare: diritto alla disconnessione, rimborsi per le attrezzature, protezione contro forme di controllo invasivo. E servono politiche integrate tra Comune, area metropolitana e Regione. Non si può lasciare che ogni ente proceda per conto proprio”.
Le disuguaglianze digitali e territoriali
Non tutti i territori, però, sono pronti per il lavoro a distanza. Il policy brief prodotto dal progetto REMAKING, che ha analizzato la regolamentazione del remote working in tutta Europa, evidenzia forti disparità. I Paesi del Nord e dell’Ovest Europa (Finlandia, Paesi Bassi, Svezia, Belgio) hanno tassi di lavoro da remoto superiori al 40%, mentre Paesi del Sud e dell’Est come Grecia, Romania e Bulgaria restano sotto il 10%.
Le ragioni sono diverse: infrastrutture digitali insufficienti nelle aree rurali, culture organizzative meno flessibili, normative frammentarie. In Italia, la situazione è a macchia di leopardo: Milano e Bologna fanno da apripista, ma molte altre realtà faticano a stare al passo.
“C’è bisogno di politiche integrate”, hanno sottolineato i partecipanti al workshop. “Coprogettazione delle politiche pubbliche sullo smart working tra diversi livelli istituzionali. Altrimenti il rischio è aumentare le disuguaglianze territoriali invece di ridurle”.
Gli scenari futuri
Il progetto REMAKING non si limita a fotografare l’esistente, ma prova a immaginare il futuro. Un recente studio pubblicato sulla rivista “Futures” dai ricercatori del Politecnico e dell’INAPP ha tracciato tre possibili scenari per Milano al 2050.
Il primo, negativo, è la “città gentrificata”: Milano diventa sempre più costosa, accessibile solo ai redditi alti, mentre i lavoratori più giovani e le famiglie si allontanano. Il secondo è la “città a ciambella”: il centro si svuota, i valori immobiliari crollano, la città perde vitalità.
Lo scenario auspicabile è invece quello delle “città intermedie”: una parte dei lavoratori da remoto si trasferisce in centri più piccoli, riducendo le disparità territoriali e promuovendo uno sviluppo sostenibile. “Nel caso milanese”, osserva Mariotti, “è improbabile uno svuotamento totale del centro. È più realistico un riequilibrio tra città, hinterland e territori intermedi. La sfida politica sarà guidare questa transizione per evitare disuguaglianze”.
Il progetto REMAKING, finanziato dall’Unione Europea e coordinato dall’Università di Bologna, coinvolge 14 partner in sette Paesi. Nei prossimi mesi produrrà raccomandazioni politiche per costruire un quadro europeo del lavoro a distanza che rispetti le diversità nazionali ma garantisca diritti comuni. Intanto, l’esperienza italiana del near working potrebbe diventare un modello per altre realtà europee.


