A quarantasei anni dalla tragedia del DC9 Itavia, Carlo Giovanardi torna a contestare radicalmente la ricostruzione del missile francese rilanciata da Giuliano Amato. L’ex ministro richiama perizie, procedimenti giudiziari, documenti desecretati e rapporti internazionali e sostiene una tesi completamente diversa: a provocare la tragedia sarebbe stata una bomba esplosa all’interno dell’aereo. Due ricostruzioni opposte che riaprono una delle ferite più profonde della storia italiana.
Ottantuno morti, quarantasei anni di indagini e una domanda che continua a dividere l’Italia: che cosa provocò realmente la caduta del DC9 Itavia nei cieli di Ustica la sera del 27 giugno 1980?
Il caso torna al centro del dibattito nella puntata di Astrea del 3 settembre 2026 su Radio Radio. E tra le posizioni che emergono con maggiore nettezza c’è quella di Carlo Giovanardi, già ministro per i Rapporti con il Parlamento, che da anni conduce una battaglia contro quella che considera una ricostruzione sbagliata della tragedia: il DC9, sostiene, non sarebbe stato abbattuto da un missile durante una battaglia aerea.
La sua tesi è un’altra: una bomba sarebbe esplosa all’interno dell’aereo.
Non si tratta di una differenza marginale. Missile o bomba significano due storie completamente diverse, con responsabili, moventi e scenari internazionali altrettanto diversi.
Giovanardi: la tesi del missile non può diventare una verità acquisita
È questo uno dei punti sui quali Giovanardi insiste maggiormente.
Nel giugno scorso, a pochi giorni dal quarantaseiesimo anniversario della strage, l’ex ministro è tornato pubblicamente sulla vicenda dichiarandosi «allibito» per quella che definisce la continua riproposizione della ricostruzione del missile.
Giovanardi sostiene che il DC9 fu distrutto dall’esplosione di una bomba nella toilette di bordo e richiama, a sostegno della propria posizione, il lavoro di un collegio peritale composto da undici esperti internazionali.
La sua contestazione è quindi prima di tutto metodologica: perché continuare a presentare al pubblico la pista del missile come se non esistessero perizie e risultanze di segno contrario?
È la domanda sulla quale Giovanardi costruisce da anni la propria battaglia su Ustica.
La contrapposizione con Giuliano Amato
Sul fronte opposto c’è la ricostruzione rilanciata da Giuliano Amato.
Nel 2023 l’ex presidente del Consiglio riportò al centro dell’attenzione l’ipotesi secondo cui quella notte sarebbe stata in corso un’operazione militare per colpire Muammar Gheddafi.
Secondo questa ricostruzione, il leader libico sarebbe dovuto essere a bordo di un Mig e il DC9 Itavia sarebbe rimasto tragicamente coinvolto nell’operazione. Amato indicò come ipotesi più accreditata quella di un missile lanciato da un caccia francese e chiamò in causa anche la base di Solenzara, in Corsica.
Ma esiste un passaggio successivo fondamentale.
Amato precisò pubblicamente di non essere in possesso della verità sulla strage e di avere indicato quella che riteneva l’ipotesi più credibile. Il suo obiettivo, spiegò, era spingere la Francia a contribuire ulteriormente alla ricerca della verità e a chiarire definitivamente i dubbi sull’attività di Solenzara.
Questa distinzione è essenziale: una cosa è sostenere che quella del missile francese sia l’ipotesi ritenuta più convincente; altra cosa sarebbe affermare che la responsabilità francese sia stata definitivamente provata.
Giovanardi ribalta la domanda: dov’è la prova del missile?
È precisamente su questo terreno che Giovanardi porta il suo attacco alla ricostruzione di Amato.
Se si sostiene che un caccia francese abbia lanciato il missile che provocò la morte di 81 persone, secondo l’ex ministro bisogna indicare gli elementi tecnici che dimostrerebbero quel lancio e confrontarli con le perizie che hanno analizzato il relitto.
Giovanardi richiama ripetutamente gli accertamenti tecnici svolti durante il procedimento penale e considera la conclusione della bomba interna molto più solida della ricostruzione della battaglia aerea.
È uno dei passaggi più importanti della sua posizione perché sposta il confronto dal terreno delle ricostruzioni politiche a quello delle prove materiali.
Dove sono, domanda in sostanza Giovanardi, le prove decisive che consentirebbero di attribuire la distruzione del DC9 a un missile francese?
Il nodo delle perizie
Le perizie rappresentano infatti uno dei capitoli più controversi dell’intera vicenda.
Nel corso delle lunghissime indagini su Ustica sono state formulate conclusioni differenti e proprio la loro interpretazione è diventata parte dello scontro.
Giovanardi attribuisce un peso particolare alla perizia collegiale svolta nell’ambito del procedimento penale e sostiene che gli elementi tecnici individuati siano compatibili con un’esplosione interna.
Da qui deriva la sua convinzione: la bomba non sarebbe una teoria alternativa costruita politicamente per contrapporsi al missile, ma una pista che avrebbe un preciso fondamento tecnico.
È una posizione contestata da chi richiama altre risultanze giudiziarie e, in particolare, l’istruttoria del giudice Rosario Priore e le successive decisioni in sede civile che hanno dato rilievo allo scenario di un evento esterno al velivolo.
Ed è proprio questo intreccio a rendere Ustica ancora oggi così difficile da raccontare attraverso formule semplicistiche.
Penale e civile: sentenze che non possono essere confuse
Un punto va chiarito.
La storia giudiziaria di Ustica comprende procedimenti differenti e non è corretto sovrapporre automaticamente le loro conclusioni.
Il processo penale che coinvolse ufficiali dell’Aeronautica non portò a condanne definitive per le contestazioni più gravi legate alla presunta attività di occultamento.
Parallelamente, nei giudizi civili relativi ai risarcimenti sono state riconosciute responsabilità dello Stato e ha assunto rilievo una ricostruzione della tragedia collegata a uno scenario esterno al DC9.
Sono procedimenti che rispondono a domande giuridiche diverse e utilizzano criteri probatori differenti.
Proprio per questo, sostenere semplicemente che “le sentenze hanno stabilito la verità su Ustica” rischia di non restituire la complessità del quadro.
Ed è su questa complessità che Giovanardi insiste quando contesta l’idea che la pista del missile possa essere considerata definitivamente acquisita.
La pista palestinese
Ma la ricostruzione dell’ex ministro non si ferma alla bomba.
Giovanardi ritiene che debba essere approfondito il contesto del terrorismo palestinese operante in Europa e in Italia negli anni Settanta e Ottanta.
Nelle sue più recenti dichiarazioni ha indicato un possibile collegamento con l’area riconducibile ad Abu Abbas, richiamando anche altri attentati terroristici avvenuti in Italia.
È una tesi molto delicata e va descritta per ciò che è: la ricostruzione sostenuta da Giovanardi, non l’attribuzione di una responsabilità penale definitivamente stabilita nei confronti di un determinato gruppo o individuo.
Ma è proprio questo uno dei punti sui quali l’ex ministro chiede che si torni a indagare e discutere.
Secondo Giovanardi, infatti, le carte progressivamente rese accessibili offrirebbero elementi che meritano di essere letti senza partire dal presupposto che l’unica spiegazione possibile sia quella della battaglia aerea.
Le carte desecretate
C’è poi il grande capitolo dei documenti.
La storia di Ustica è anche la storia di carte rimaste per anni negli archivi, documenti militari, rapporti diplomatici e materiale successivamente desecretato.
Giovanardi attribuisce grande importanza proprio a questa documentazione e ritiene che possa contribuire a ricostruire il contesto terroristico internazionale dell’epoca.
La questione è centrale perché, dopo quasi mezzo secolo, la ricerca della verità non può più affidarsi soltanto alla memoria dei protagonisti.
Occorre confrontare testimonianze, perizie, documenti italiani e stranieri e risultati delle indagini.
Francia e Stati Uniti
Giovanardi richiama inoltre le smentite arrivate nel corso degli anni dai Paesi chiamati in causa nella ricostruzione della battaglia aerea.
La Francia ha sempre negato il proprio coinvolgimento nella tragedia.
Quando Amato rilanciò la pista francese nel 2023, Parigi ribadì di aver fornito gli elementi in proprio possesso ogni volta che erano stati richiesti dalle autorità italiane.
Per Amato, tuttavia, questo non basta a chiudere la questione.
L’ex premier ha continuato a chiedere che la Francia faccia piena chiarezza sull’attività della base di Solenzara e sugli eventuali movimenti militari di quella notte.
Ancora una volta, quindi, le due posizioni si rovesciano.
Per Amato rimane un dubbio internazionale che deve essere sciolto.
Per Giovanardi, invece, quel dubbio non può trasformarsi nella prova che un missile francese abbia abbattuto il DC9.
Il punto più forte della battaglia di Giovanardi
Ed è probabilmente questo il cuore della posizione dell’ex ministro.
Giovanardi non chiede soltanto che venga presa in considerazione la propria ricostruzione. Contesta soprattutto il passaggio attraverso il quale un’ipotesi, ripetuta negli anni e sostenuta da personalità autorevoli, finisce per essere percepita dall’opinione pubblica come una verità definitivamente dimostrata.
Su Ustica, sostiene in sostanza, autorevolezza politica e prova giudiziaria non sono la stessa cosa.
Ed è significativo che lo stesso Amato abbia precisato, dopo il clamore delle sue dichiarazioni, di non possedere una verità personale da offrire e di aver rilanciato quella che considerava l’ipotesi più credibile.
La differenza è tutt’altro che formale.
Due scenari che cambiano completamente la storia
Se avesse ragione la ricostruzione del missile, il DC9 sarebbe stato coinvolto in un’operazione militare internazionale diretta contro Gheddafi.
Se invece fosse corretta la ricostruzione sostenuta da Giovanardi, ci troveremmo davanti a un attentato terroristico realizzato attraverso un ordigno collocato all’interno dell’aereo.
Cambierebbe tutto.
Cambierebbero gli autori.
Cambierebbe il movente.
Cambierebbero le responsabilità politiche e internazionali.
Cambierebbe persino il significato storico della strage.
Ed è proprio per questo che la discussione non può essere risolta attraverso una contrapposizione di slogan.
Ottantuno vittime chiedono ancora una risposta
Resta un dato sul quale non esistono interpretazioni contrapposte.
La sera del 27 giugno 1980 81 persone morirono sul volo IH870 dell’Itavia, partito da Bologna e diretto a Palermo.
Dietro le battaglie sulle perizie, dietro le carte, dietro le dichiarazioni di ex presidenti del Consiglio e ministri, ci sono quelle vittime e le loro famiglie.
Dopo quarantasei anni, la domanda fondamentale resta quindi la stessa: che cosa accadde realmente al DC9?
Carlo Giovanardi offre una risposta netta e continua a chiedere che venga discussa sulla base delle prove che indica: non un missile francese destinato a Gheddafi, ma una bomba esplosa all’interno dell’aereo e una pista terroristica che, a suo giudizio, merita di essere finalmente affrontata senza pregiudizi.
Giuliano Amato ritiene invece che l’ipotesi più credibile resti quella dell’azione militare e chiede alla Francia di contribuire a eliminare gli ultimi dubbi.
Due ricostruzioni incompatibili.
Ma forse proprio per questo, dopo quarantasei anni, la ricerca della verità su Ustica dovrebbe ripartire non dalle convinzioni già acquisite, ma dalla domanda che Giovanardi pone con maggiore insistenza: quali sono, oggi, le prove capaci di resistere al confronto con tutte le altre?
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