Riflessioni di Giuseppe Minutoli
Magistrato in Messina
Premetto subito che non sono un critico letterario né un esperto di legal thriller, ma un semplice amante della lettura e della letteratura, che nella vita fa il magistrato e, quindi, è stato particolarmente curioso di leggere il romanzo giallo/giudiziario in oggetto.
Confesso che non conoscevo il Presidente Marcello Vitale né la sua vasta produzione, sia poetica che narrativa e pertanto, nell’accettare questa sfida, ho inteso leggere non solo il libro “Il procuratore normale”, ma anche un altro, La Bolgia dei dannati, che ha ancora come protagonista il Procuratore della Repubblica Aurelio Rasselli, per entrare meglio nei meccanismi di scrittura dell’Autore e conoscerne le pieghe e le dinamiche.
Posso dire con sincerità che sono state due letture assolutamente piacevoli e dense di suggestioni, come cercherò di dimostrare. Ma debbo avvertire che, nella mia ignoranza letteraria (intesa come poca dimestichezza con l’uso dei codici tecnici di accesso ad un romanzo), mi limiterò a condividere con voi alcune riflessioni che mi ha suscitato la lettura del libro, come magistrato e giurista, e poi mi permetterò di fare alcune domande al Presidente Vitale: e facendo ciò, vedremo come mi sono accostato al testo (che, come qualsiasi opera letteraria ha vari livelli di lettura e comprensione) con l’atteggiamento per così dire dilettantistico di semplice appassionato di letteratura, ma professionale proprio di chi da decenni ha dimestichezza, per funzione o mestiere che dir si voglia, con il processo e le procedure, sia civili che penali.
Condivido subito con voi una provocazione. Il magistrato per obbligo di istituto scrive molto per lavoro (il Giudice di più, con sentenze, ordinanze e decreti, il Pubblico Ministero meno) e, come tanti altri professionisti (il medico, l’ingegnere, il docente) usa un linguaggio di settore e dei tecnicismi propri del mondo del diritto, non sempre di facile comprensione per il comune lettore.
Per questo io non amo molto i magistrati che scrivono romanzi giudiziari, perché spesso si lasciano prendere la mano dal loro innato tecnicismo, rischiando di inaridire la fluidità della scrittura e, quindi, della narrazione.
Ma ogni regola ha la sua eccezione ed ho scoperto, così, che Marcello Vitale è una felice eccezione!
In lui, infatti, la narrazione in prima persona da parte del protagonista, l’uso dei verbi al presente, l’abbandonarsi a introspezioni e riflessioni esistenziali, sono tutti elementi che danno smalto e vivacità allo stile. Inoltre, la caratterizzazione dei personaggi (ad esempio, i colleghi Pubblici Ministeri, i collaboratori di cancelleria, fedeli o infedeli, l’ex moglie, con una presenza ricorrente, il figlio disadattato e in cerca di un suo ruolo nella vita, la colf Rosetta, una figura d’ordine in un contesto di caos) dà vita ad un sia pur sintetico approfondimento psicologico, che non indulge all’eccesso ma che tratteggia l’interiorità degli stessi, arricchendo la trama.
Tutto ciò stempera qualsiasi ossequio al tecnicismo giudiziario che pur esiste e che, peraltro, è strettamente funzionale alla narrazione, aprendo squarci su una visione del mondo civile e giudiziario di sicuro interesse.
Ma, quel che più vorrei condividere con voi la ricchezza di riflessioni sul ruolo del giudice che Marcello Vitale, nel corso della sua storia romanzata, ci affida con alto senso istituzionale.
A questo punto mi chiedo: come Marcello Vitale è arrivato al romanzo giudiziario (e alla poesia)? E’ un modo di fuggire dall’aridità della nostra professione o una naturale evoluzione della stessa? Una maniera di esorcizzare il tempo che passa, consegnando agli altri una nostra esperienza trasfigurata in Letteratura? C’è una proiezione autobiografica nei suoi romanzi giudiziari? Questo anche perché a pag. 15 si legge: “La solitudine è una brutta cosa, penso. La si riempie con gli spettri mentali tirati fuori dall’incunambolo della propria esistenza sotto forma di ricordi. Il lavoro, dunque, come ancora di salvezza”.
E, ancora, a pag. pag. 54 la ex moglie, Marta, così si rivolge in tono di rimprovero al Rasselli: “Tu hai sempre avuto occhi solo per l’ufficio. La famiglia ha contato poco o nulla”
Il lavoro, che tuttavia non può esaurire lo spazio e il tempo dell’esistenza. La famiglia come elemento di tensione ma anche di rifugio.
E, quindi, quanto di Marcello Vitale c’è nel PM Aurelio Rasselli, dal punto di vista professionale e dal punto di vista personale?
E mi riallaccio a questa domanda, con un’altra riflessione: mi ha incuriosito il titolo: IL PROCURATORE NORMALE.
Premesso che il concetto di normalità – a dispetto del suo significato stratificato per secoli – già dal punto di vista ontologico è sempre più relativo nel mondo moderno, con una contraddizione in termini, e premesso che da qualche decennio c’è un perdurante scontro – assolutamente devastante dal punto di vista delle correte dinamiche istituzionali – tra Politica e Magistratura, nel corso della narrazione si comprende bene cosa l’Autore intendeva dire, a partire da pagg. 18 e 19: “Solo restando integerrimo, posso continuare a svolgerlo (il lavoro di magistrato)”. “I miei colleghi? Certo che ci stanno molti furbi, come dappertutto. Bisogna smettere di pensare alla mia categoria come espressione di un Ordine sacro…”.
Ecco, allora, la consapevolezza del delicatissimo ruolo della magistratura e della necessità (pag. 195) di evitare “lo scollamento eccessivo tra il sentire, spesso moralistico e tecnicistico della magistratura, e il generale sentimento popolare riguardante cosa sia non in astratto ma in concreto il reale Interesse, spesso di natura economica, della Nazione in cui si vive”.
La “normalità” (rispetto alla funzione della Magistratura disegnata dalla Carta costituzionale) si traduce, ad esempio, nell’evidenziare come “la libertà personale è sacra, la sottoposizione di taluno a misura cautelare restrittiva deve rimanere uno strumento eccezionale”: parole sacrosante, che vanno ancora di più “urlate” e tradotte in prassi giudiziaria e che appartengono più al giudice che ad un Pubblico Ministero, in tempi in cui l’idea di separazione delle carriere tende inevitabilmente ad allontanare la Pubblica accusa da quella necessaria cultura della giurisdizione a tutela dei diritti di tutti (vittima e indagato/imputato compresi).
Un’altra riflessione emerge prepotente dalla lettura del libro, oltre al ruolo del giudice e del Pubblico Ministero: “La fatica del giudicare” (pag. 38): o meglio, per il giudice la fatica dello ius dicere vero e proprio, per il P.M. per il P.M. il peso dell’investigare secondo le regole di diritto: ecco quindi “Il fardello pesante sulle spalle: essere chiamati a giudicare gli uomini. Ciò richiederebbe che, nei casi più complessi, il magistrato possegga, per raggiungere la soluzione, anche capacità divinatorie”.
Queste parole mi ricordano le ricchissime riflessioni di Rosario Livatino nella sua Relazione su “Fede e Diritto” (svolta a Canicattì il 30 aprile 1986), nella quale richiamava le parole di Papa Woityla sulla necessità di valorizzare ogni forza che miri consapevolmente “all’attuazione dell’etica cristiana nella scienza giuridica, nell’attività legislativa, giudiziaria, amministrativa, in tutta la vita pubblica”; ma anche sottolineava come “Il compito dell’operatore del diritto, del magistrato, è quello di decidere; orbene, decidere è scegliere e a volte scegliere fra numerose cose o strade o soluzioni; e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. Non soltanto perché la scelta dirime una problematico del passato (giudizio di colpevolezza, giudizio di inadempienza etc.), ma anche perché molto spesso la scelta comporta una previsione degli effetti a venire (affidare un minore al padre o alla madre «separandi»). Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata. li magistrato non credente sostituirà il riferimento al trascendente con quello al corpo sociale, con un diverso senso ma con uguale impegno spirituale. Entrambi, però, credente e non credente, devono, nel momento del decidere, dimettere ogni vanità e soprattutto ogni superbia; devono avvertire tutto il peso del potere affidato alle loro mani, peso tanto più grande perché il potere è esercitato in libertà ed autonomia”.
Nel libro di Vitale le parole di Aurelio Rasselli mi ricordano anche una norma processuale (art. 358 c.p.p.) spesso inapplicata ma che è segno di civiltà giuridica: “Il pubblico ministero (…) svolge altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini”.
Ecco allora il dramma, espresso più volte dal nostro Autore, del difficile rapporto tra sentimenti umani e doveri/responsabilità professionali: SUMMUM IUS, SUMMA INIURIA; ecco la consapevolezza che (pag. 86) “la pena, quella da espiare in galera, non redime il condannato”.
Interessanti, poi, sono le riflessioni sul processo, che mi ricordano l’insuperato insegnamento negli anni ‘30/40 del secolo scorso del Maestro Salvatore Satta, insigne processualista (tra i suoi libri più intriganti e stimolanti “Il mistero del processo”) ma anche raffinatissimo romanziere (“Il giorno del giudizio” del 1977, che dovremmo riscoprire).
Scrive con grande acume Marcello Vitale (pag. 31) che “Il processo è procedura (NdR: insieme di regole uniformi da seguire per raggiungere correttamente un determinato fine). Non tutti lo capiscono. I più la considerano una selva oscura, un insieme inestricabile di norme, di regole incomprensibili, entro cui la verità dei fatti, con le persone che vi stano dentro, soffoca, si diluisce, finisce spesso per essere soppressa”. Ma, come diceva Satta, il processo è vita, è quel qualcosa di ineludibile che permette che si possa, con il rispetto dei diritti di tutti i protagonisti, raggiungere un fine che, nel campo giudiziario, è l’accertamento della verità processuale, lo svelamento della colpevolezza, la verifica delle responsabilità civili e penali, la tutela della vittima o del danneggiato e l’applicazione della giusta sanzione al responsabile.
Ed è ancora una volta Salvatore Satta che ci aiuta a capire: Il mistero del processo si apre con il racconto di una scena terribile che si svolge davanti al tribunale rivoluzionario, nel 1792. La folla preme per farsi giustizia da sé. I magistrati intervengono per fermarla. Intimano «di rispettare la legge e l’accusato che è sotto la sua spada». In questa scena è già tutto «il mistero del processo».
Un mistero, quindi, che si “gioca” in un contesto particolare. E pertanto il procuratore normale può affermare icasticamente che (pag. 171) “L’ambiente giudiziario è un gigantesco teatro, con gli attori che, nell’adeguarsi al mutare degli scenari, cambiano sul proscenio di continuo, con l’abilità di un trasformista, le maschere di volta in volta indossate”.
Fino ad adesso ho parlato del Marcello Vitale narratore (pur senza aver detto nulla sulla ricca e avvincente trama del libro) e giurista/magistrato, con i suoi precisi riferimenti a norme, procedure, prassi, riflessioni di politica giudiziaria, anche de iure condendo.
Ma c’è anche un Marcello Vitale ironico e caricaturale: alle pagg. 191 e seguenti è irresistibile la scena, forte ed esilarante, della “squadra” che “si muove in formazione militare, con ritmo da plotone da combattimento”, in cui Aurelio Rasselli, “con tono da commilitone”, incalza i funzionari della Polizia giudiziaria ad arrestare un pericoloso delinquente, ma prima “imponendo” una pausa al bar del Palazzo di Giustizia, facendo “irruzione nel locale” in formazione quasi da legionari, con un “rito propiziatorio che consente di raccogliere unitariamente le forze in vista della militaresca operazione”.
Dal romanzo emerge anche l’impegno civile di Marcello Vitale, dalle sue amare riflessioni sul Sud Italia: (pag. 92) “Nel Sud senza industrie o scuole al passo con i tempie il sistema sanitario a pezzi, le persone si arrangiano come possono. Inoltre vi è una cronica carenza di lavori, soprattutto giovanile”.
Infine, il libro è pervaso da amare e intimistiche riflessioni su drammi familiari attuali: il figlio Ugo, già grande, modello di una generazione perduta tra l’alienazione del web e le difficoltà relazionali “normali”; il fallimento di un rapporto coniugale, ma con continui intrecci relazionali con l’ex moglie; i tentativi di colmare lacune sentimentali.
Un libro, dunque, assai complesso, nella fluidità della narrazione romanzesco/giudiziaria, da leggere con attenzione e piacevolezza e che lascia tante suggestioni e riflessioni.
