Anacronistico oggi pensare alla dimensione femminile come uno stato di minorità. Parziale, ovviamente, ma inteso sempre come un passo indietro dalle prestazioni maschili. Eppure c’è chi continua a pensarlo, magari non del tutto apertamente. Una specie di incrostazione ideologica, o addirittura infra-ideologica, che funziona sotto la soglia della coscienza. Chi si azzarderebbe oggi a limitare la potenza del femminile? La quale, al contrario sa come farsi sentire; come esprimersi, facendo emergere ciò che è compresso o limitato da pregiudizi e idee ricevute senza vaglio alcuno. La letteratura è stato un mezzo privilegiato per far emergere donne dimenticate, donne che bruciano di passione, donne che dedicano la vita alla scienza più che alla coscienza domestica. È questa è già una bella sfida. Olivia Campbell, per esempio, nel saggio “Le ragazze della scienza. Come quattro donne sono fuggite dalla Germania Nazista e hanno fatto la storia della fisica”, si preoccupa di illuminare storie nascoste di donne che hanno partecipato alle grandi scoperte tecnico-scientifiche. Che dire di Lise, la grande Lise, che ha avuto un ruolo determinante nella scoperta della fissione atomica. Una donna che ha creduto non solo nella sua femminilità, ma anche nelle proprie potenzialità scientifiche. E le ha sviluppate. La signora Meitner, il cognome della Lise, infatti, sostiene che “non si può più mettere in dubbio il valore e, in effetti, la necessità della formazione intellettuale della donna, per sé stessa, per la famiglia e per l’umanità”. Per troppi anni, o forse è meglio dire secoli, le donne hanno atteso, aspettato, indugiato e hanno subito il temporeggiamento del giusto merito riconosciuto alle proprie scoperte e ai propri studi. Un effetto possibile, forse anche inevitabile, di un mondo che ha sempre valorizzato la virilità “scientifica”; poco dialogante con il sapere reale e con l’unico effetto di produrre attrito con la ricerca scientifica in quanto tale. Forse che la scienza, in quanto donna, vuole scienziati donnaioli e non donneschi? Forse tale frizione non è altro che figlia di pregiudizi agglutinati da tempo disturbando le menti degli scienziati. La Campbell ha molto buon gioco nel suo libro a dimostrare quanto la resilienza femminile sia maggiore dell’attrito maschile. “Volere di più sembrava qualcosa di sfrontato. Tuttavia, le donne accademiche erano particolarmente abituate a dover compiere sforzi maggiori per arrivare dove volevano, o almeno avvicinarsi. Era una linea sottile quella da percorrere, in equilibrio tra l’apparire riconoscente, contemporaneamente, affermare con sicurezza di essere capaci di fare molto di più, se solo ne avessero avuto l’opportunità”. Se la Campbell si è occupata di valorizzare le donne del Novecento, non è meno importante ricordare i contributi femminili allo sviluppo scientifico contemporaneo. Gabriella Greison, definita “la rockstar della fisica”, ha trattato il tema nel suo saggio Storie e vite di super donne che hanno fanno la scienza, presenta le eroine del sapere nella storia dell’umanità. Esempio significativo è Elizabeth Blackwell (1821-1910) combattente per l’affermazione di una società, la nostra cosiddetta società di massa, nella quale la carriera femminile e il futuro delle donne nella scienza abbiano il giusto rilievo. Afferma «“Se la società non ammette il libero sviluppo della donna, allora bisogna dare una nuova struttura alla società”». Considerazione che, dopo un secolo, per quanto breve possa essere stato, rileva quanto questo obiettivo non sia stato raggiunto. L’astrofisica Margarita Hack (1922-2016), cosciente della difficoltà nel raggiungimento di un possibile equilibrio lavorativo tra i due generi, incitava le ragazze a resistere: «“Alle ragazze, in particolare, consiglio di avere più fiducia in sé stesse e pretendere che i loro diritti vengano rispettati. E, da ex sportiva, voglio dare un ultimo consiglio a tutti: affrontare la vita come si affronta una gara. Con la voglia di vincere”». Oggi, esistono oasi della formazione scientifica non sono rivolte alle donne, ma pensata per le donne. Oasi dove il talento può evolvere e il possibile non scivolare nell’impossibile. Uno di questi luoghi è qui, in Trentino, e proprio a Rovereto, dove la dottoressa Laura Scalfi sul confine che ha imprigionato le donne in percorsi di formazione che non sempre rendevano onore all’intelletto di alcune donne, ancora combatte. La fondazione del Polo di formazione Giuseppe Veronesi di Rovereto e il CEO Liceo Steam International permette oggi a molte giovani ragazze di affrontare le sfide dl mondo STEAM.

Da M. B.

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