Facendo seguito all’incontro sindacale del 19 maggio al DAP, con i vertici del DAP il quale, destino beffardo, coincideva con il decennale della scomparsa di Marco Pannella, amico lui sì degli operatori penitenziari, questa sigla ribadisce che non condivide assolutamente i contenuti della bozza del nuovo Decreto Ministeriale di riorganizzazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria anche nella forma rivisitata ieri sera dalla stessa, ritenendola IRRICEVIBILE, rectius, impresentabile, per i contenuti e per la sciatteria della forma, risultando redatta in dispregio di norme mai abrogate che costituiscono l’asset dell’intero sistema penitenziario, nonché perché in difformità di quei principi di tecnica della legislazione che pure dovrebbero essere familiari al board amministrativo nella produzione di atti di normazione, ancorché secondaria. Quanto elaborato dalle menti del DAP, appare infatti incompatibile con il profilo costituzionale ed europeo che il sistema penitenziario italiano e la sua organizzazione amministrativa dovrebbero garantire in ossequio alle “Regole Penitenziarie Europee” e alla volontà bipartisan che sembrerebbe percepirsi anche da parte della generalità delle sensibilità politiche parlamentari, a mente di quanto,- pubblicamente-, vanno rappresentando nel dibattito pubblico, riflettendosi sul senso ed il significato che il mondo della pena dovrebbe invece perseguire. La circostanza, inoltre, che alla nostra critica si aggiungono pure quelle di altre categorie professionali che si riconoscono in una visione unitaria dell’amministrazione penitenziaria, all’interno della quale tutte hanno la stessa dignità ed importanza, e dove la componente “laica” dei direttori penitenziari e di epe consente di assicurare l’indispensabile bilanciamento tra le esigenze socio-rieducative e quelle della sicurezza, rafforza l’esigenza che il carcere non debba declinarsi in una visione soltanto securitaria ed incapace, tra l’altro, di riconoscere come le persone ristrette si vedano già da anni private dell’esercizio di diritti, anche umani, soltanto recitati nelle occasioni pubbliche, ma di fatto negati, a motivo del sovraffollamento carcerario. La circostanza che si sostenga l’ineluttabilità del provvedimento perché coerente con le norme che sono state varate almeno negli ultimi dieci anni, le quali in calce portano la firma dei diversi ministri della giustizia e dei presidenti del Consiglio avvicendatisi nel frattempo, ancor di più motiva questa sigla in senso contrario, perché si è convinti che tanto sia stato determinato da una NON accorta rappresentazione ai decisori politici di quanto sarebbe potuto accadere, forse pure perché il tutto è stato accompagnato da una narrazione “inaudita altera parte”: sarebbe all’uopo bastato parlare con i poliziotti penitenziari davvero operanti negli orrifici istituti carcerari della Nazione, ove nessuno degli stessi, si sottolinea nessuno, risponde per davvero alle stesse regole dell’ordinamento penitenziario. Allarma che in piena emergenza, ed in un quadro complessivo di precarietà ove mancano risorse umane e strumentali, la soluzione salvifica si concentri, ascoltando le news, su una possibile futura dotazione per le carceri o per le forze “speciali” dei “cani robot” o di sistemi d’arma antidrone che darebbe sostanza, secondo una vulgata ricorrente e guidata, ad un sistema fatto di “specialità”, dimenticando i veri problemi delle carceri e di quanti ci operino per davvero. Droni, tecnologie da lotta alla guerriglia, gruppi d’intervento “rapidi” sulla carta, quando ancora oggi, nel 2026, risultano assenti in tutte le carceri degli idonei impianti di climatizzazione in quei luoghi dei vivere prigioniero dove sono ammassate migliaia di persone detenute, insieme al personale di vigilanza; luoghi dove mancano i sistemi di aspirazione dell’aria punendo tutti con il fumo passivo, reparti e celle dove le docce sono spesso inadeguate se non mancanti, stanze di pernottamento dove le luci notturne sono spente per sempre, complessi penitenziari dove i gruppi di continuità non sono assicurati per evitare le conseguenze di improvvisi blackout, reti idriche carenti dove mancano i controlli periodici per rilevare la qualità dell’acqua, asseritamente potabile, erogata dagli usurati rubinetti, al fine di constatare l’assenza della legionella, reparti dove è visibile ad occhio nudo l’infelice collocazione dei rimedi antincendio a meno che non si chieda agli stessi detenuti che passeggiano nei corridoi d’impiegarli in caso di bisogno. Strabiliante la circostanza che allorquando i direttori invochino la messa a norma degli stessi, siano semmai destinatari di un atteggiamento ostile da parte dei loro superiori gerarchici, subendo perfino la minaccia attuata di trasferimenti punitivi, a causa del disturbo che arrecano in un sistema che si vorrebbe paludato, silenziato. E’ questo il mondo delle azioni ridicole di responsabilità verso i direttori penitenziari a causa della caduta rovinosa di detenuti dalle terze brande, impilate a forza l’una sulle altre per consentire la dignità di un posto letto, per non soccombere al sovrannumero incessante dei ristretti. L’assenza della previsione di un numero chiuso, obbliga ad accogliere tutti, pure quando il carcere è sold-out, sapendo che non si potrà sistemarli in alcun modo, se non, come già si sta facendo, “riponendoli” su brande mobili, all’interno dei corridoi, con tutti i rischi ulteriori che ne possono derivare in caso di incendio o di esigenza di rapido sfollamento delle sezioni ove indispensabile (terremoto, allagamenti, rivolte, etc.). Insomma, ci propongono una bozza di DM che guarda altrove, costruendo una narrazione delle “specialità” del Corpo della polizia penitenziaria assolutamente decontestualizzata dalle esigenze reali, concrete, dolorose che chiunque entrasse a visitare un carcere capirebbe immediatamente. Non solo, ma di fatto si tende, attraverso il provvedimento in questione, a relegare i direttori penitenziari ad un ruolo di sterile burocrazia, se non anche a recitare una funzione subalterna al nuovo che avanza, fatto di feluche e bordoni sui berretti, di fatto condizionando l’intero sistema piegato ad una visione esclusivamente securitaria, quasi ad esaltare il conflitto, la lotta ed il contrasto ad ogni presunta violazione di leggi e dissenso all’interno di carceri, trasformate da almeno vent’anni in luoghi dove si celebra la puntuale negazione del rispetto dei diritti umani, nonostante la resistenza fastidiosa dei direttori penitenziari e di quel personale, anche in uniforme, che ha capito tutto. Grave, gravissimo, che questo pericolo non sia stato, però, fatto comprendere ai diversi ministri che si sono succeduti nel tempo, tant’è che forte è il nostro sospetto che tutto ciò non sia stato casuale, perché se non fosse così, davvero non si spiegherebbe come oggi, anche dai banchi dell’opposizione, che “ieri” governava, si registrino forme di civile critica. Noi non crediamo, francamente, che il loro sia una sorta di un “ravvedimento operoso”, ma più semplicemente che, al tempo, non furono chiaramente informati su cosa ad essi fosse stato suggerito in tema soprattutto di riallineamento dei gradi apicali della polizia penitenziaria, senza operare alcuna comparazione razionale e funzionale con le altre forze dell’ordine, talché sarebbe bastato farlo con i numeri e con gli esempi per comprendere che si stava cadendo in una trappola mostruosa. La conseguenza è stata che è stato partorito un numero esagerato di dirigenti della polizia penitenziaria difficile da governare se non inventando per essi nuovi uffici e creative competenze, passandole come “specialità” e/o coordinamento delle stesse, tutte ovviamente da collocare tendenzialmente “FUORI DALLE CARCERI”; un sistema di reazioni securitarie fatto “on demand”, lasciando nelle sezioni detentive solo gli umili agenti e i preoccupati direttori che si vorrebbero silenziare. Ma questo disegno, che sconvolge le regole penitenziarie europee, quelle del diritto interno costituzionale e le leggi speciali, quali la legge MEDURI della dirigenza penitenziaria “civile” di diritto pubblico che deve costantemente monitorare l’assenza di abusi e di eccessi di sorta nel trattamento delle persone ristrette, perché ce ne andrebbe la stessa ONORABILITA’ E REPUTAZIONALITA’ del nostro ordinamento giuridico al punto che il provvedimento, per questa O.S., potrebbe considerarsi addirittura EVERSIVO, non troverà i direttori penitenziari e degli uffici dell’esecuzione penale esterna quali COMPLICI o, peggio ancora, INDIFFERENTI. Questa O.S. confida, pertanto, nel prudente e meticoloso esame che i decisori politici porranno nell’esame della bozza in questione, che si ostenta come “cosa già fatta”. Certamente a questa supponenza ha giovato, negli ultimi vent’anni, il sistema di porte girevoli che ha riguardato l’avvicendamento parossistico dei Capi Dipartimento, i quali diventavano, da un giorno all’altro, Capi della Polizia Penitenziaria, assumendo tutti i vantaggi degli omonimi delle altre forze dell’ordine: si è trattato, com’è noto, sempre di soli magistrati, ben 11 in venti anni, alcuni addirittura lo sarebbero stati per pochi mesi; una media di un cambio ogni 21 mesi, senza contare i periodi di supplenza svolti dai vicari: e come avrebbero potuto comprendere quel mondo che vedevano solo sorvolando dall’alto le carceri italiane ? quali pareri avrebbero dato ai decisori politici ? era inevitabile che i ministri e i sottosegretari dovessero confidare sulle informazioni che il deep state presente al DAP, ove un sindacalismo feroce era in grado di condizionare le menti deboli, avrebbe suggerito: i risultati sono sotto gli occhi di tutti e il DM né è l’ultima plastica prova. Siamo, però, convinti che oggi alberghi ALTA “altra” sensibilità nel ministero della Giustizia, quantomeno perché esso sia coerente con il nome che porta, per cui esortiamo il Sottosegretario, Sen. Avv. Alberto Balboni ad una vigilanza stretta, perché non si ricada ancora una volta negli stessi errori commessi da quanti lo hanno preceduto negli anni passati, e non solo per il rispetto che si deve alla categoria dei direttori penitenziari e di esecuzione penale esterna, ma anche a tutto il restante personale ancora incardinato nelle funzioni centrali o a quello della polizia penitenziaria della prima linea, così come verso la generalità degli italiani, che hanno diritto di sapere quale siano per davvero le condizioni delle carceri e quanto impegno spendano coloro che realmente operino all’interno delle stesse, affinché non si superi ulteriormente il confine del peggio, con conseguenze che potrebbero essere irrefrenabili e drammatiche per tutti, fatta esclusione per quelli che continuino a guardare le carceri da lontano, mentre insistono a darci lezioni di sicurezza. Enrico Sbriglia Coordinatore Nazionale della Dirigenza Penitenziaria FSI-USAE e.sbriglia@fsi-usae.it

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