
Un Viaggio per Ritrovare la Dignità
L’aria viziata della politica romana
Negli ultimi decenni, la politica sembra aver perso la sua vocazione originaria, quella di essere al servizio della collettività e di rappresentare ideali nobili, alti e condivisi.
Oggi ci troviamo di fronte a un panorama in cui la ricerca del consenso non è più guidata da ideologie solide, ma piuttosto da un’incessante corsa ad accontentare le istanze di coloro che possono garantire un posto a sedere nella ristretta élite del potere.
Questo scollamento tra politica e popolo è il risultato di una profonda mutazione culturale e sociale, dove gli stakeholders di fatto sono diventati entità astratte e potentissime: banche, lobby e gruppi di pressione.
La denigrazione dell’attività politica ha raggiunto livelli allarmanti.
La gente, delusa e spesso schifata, guarda con scetticismo a chi siede nelle istituzioni.
Si assiste a una crescente indifferenza verso le elezioni, un fenomeno preoccupante che segnala l’allontanamento dei cittadini dalle dinamiche politiche.
Non è raro sentire frasi del tipo: “Tanto sono tutti uguali”, come se la democrazia avesse perso il suo significato.
Ma è proprio questo il punto: la politica non è solo un gioco di potere, è una responsabilità, un impegno verso il bene comune.
Osservando la storia recente, appare evidente come il mondo politico sia stato invaso da interessi economici, a scapito delle reali esigenze dei cittadini.
Il rispetto della dignità degli elettori, al giorno d’oggi, può costare carissimo.
Gli autentici rappresentanti del popolo si trovano a dover barcamenarsi in un mare di compromessi, cercando di mantenere un equilibrio impossibile tra il voler fare il bene e il dover rendere conto a chi li sostiene finanziariamente.
Fabio Sabbatani Schiuma, fondatore di Riva Destra, ha avvertito questa trasformazione politica fin dagli esordi del suo movimento.
La sua visione è chiara: la politica è uno specchio del popolo, un riflesso delle sue necessità e aspirazioni. Se i politici si piegano a pratiche discutibili come il clientelismo o il voto di scambio, è perché c’è una domanda di fondo da cui partono: quella di avere qualcosa in cambio, anche quando non vi è un effettivo diritto a riceverlo.
L’idea di “politica” è così distorta che ha portato a una dinamica autolesionista: il popolo, disinteressato e spesso incapace di percepire la propria voce, si ritrova a non credere più in un sistema che considera corrotto e iniquo.
Eppure, per uscire da questo circolo vizioso non basta propugnare la cosiddetta antipolitica; servirebbe piuttosto un ritorno a una politica con la P maiuscola, incentrata sul vero servizio alla comunità.
La diagnosi della situazione attuale è impietosa, ma necessaria.
È vero, i tempi sono duri e le promesse sono spesso tradite.
Eppure, non possiamo permetterci di darci per vinti.
La vera essenza della politica non deve essere quella di vendere e comprare voti; né tantomeno perdere di vista il benessere dei cittadini.
Ogni cittadino merita di essere ascoltato e rispettato, non come una mera fonte di guadagno, ma come parte integrante di un sistema democratico.
Quello che serve oggi è un’azione collettiva, un risveglio delle coscienze.
Non basta lamentarsi; bisogna agire. Le nuove generazioni devono farsi sentire, non limitandosi a criticare le vecchie pratiche, ma proponendo nuove idee e costruendo ponti.
Serve una radicale trasparenza, una riforma profonda delle modalità di interazione tra il potere politico e i cittadini. Solo così si potrà ridare dignità a un’intera classe politica spesso assente e lontana.
Il futuro non può e non deve appartenere a chi sa solo sfruttare il sistema per i propri tornaconti.
Esiste un’alternativa possibile, anzi necessaria: quella di una politica che metta al primo posto l’uomo e i suoi diritti fondamentali.
Questa è la sfida che ci aspetta e che richiede l’impegno di tutti.
Insieme, possiamo riproporre un nuovo modello di governance, dove l’attenzione e il rispetto nei confronti dei cittadini diventino le colonne portanti di un rinnovato progetto politico.
Pur nel disincanto generale, ognuno di noi può e deve riappropriarsi della propria voce, perché è solo attraverso il dialogo e la partecipazione attiva che si possono avviare quei cambiamenti tanto desiderati e necessari.
Non dobbiamo temere di esserci sporcati le mani, perché la politica è un affare sporco per definizione, ma è proprio in questo sporco che si cela la possibilità di riscoprire la bellezza di una democrazia partecipativa e inclusiva.
In conclusione, la nostra lotta non può fermarsi alle semplici chiacchiere.
È tempo di rimboccarci le maniche, di far sentire il nostro peso, di chiedere risposte concrete e di assumere un ruolo attivo nella definizione del nostro futuro.
La politica deve tornare ad essere un luogo di confronto reale, dove si possa discutere seriamente di problemi, progetti e soluzioni.
Solo così riusciremo a recuperare quella fiducia perduta e a restituire dignità e rispetto agli elettori, restituendo la politica al suo ruolo fondamentale: quello di servire il bene comune.

