La recente discussione attorno alla decisione di alcuni studenti di “sabotare” l’esame orale di maturità mi spinge a una riflessione approfondita sul significato psicologico di tale condotta. Questa problematica non va interpretata solo come un atto di protesta, ma come un campanello d’allarme sulle dinamiche psicosociali che caratterizzano la fase cruciale di transizione dall’adolescenza all’età adulta.
La scuola secondaria superiore, dal mio punto di vista professionale, rappresenta un microsistema ecologico in cui l’individuo non solo acquisisce conoscenze accademiche, ma esperisce e interiorizza competenze non cognitive fondamentali per il suo adattamento futuro. È un periodo critico per lo sviluppo dell’identità e dell’autonomia in cui il confronto con la realtà esterna e le sue intrinseche complessità è un catalizzatore di crescita.
Consideriamo il contesto lavorativo che attende questi giovani. Esso è per sua natura un ambiente complesso e dinamico, caratterizzato da interazioni sociali eterogenee e gerarchie funzionali. La capacità di gestire relazioni con colleghi con cui si possono avere dissonanze cognitive o relazionali, o di operare sotto la supervisione di figure autoritarie che possono essere percepite come meno qualificate di quanto dovrebbero essere, è una competenza socio-emotiva che si inizia a sviluppare proprio negli anni dell’istruzione superiore. Il corpo docente, lungi dall’essere un’entità monolitica, è un campione rappresentativo della società, riflettendo al suo interno le diverse personalità e stili relazionali che si ritrovano nel mondo adulto. Allo stesso modo, le dinamiche intragruppo e intergruppo che emergono nelle classi sono una palestra per l’acquisizione di strategie di coping e per la negoziazione di conflitti.
Spesso si dibatte sul ruolo del voto e sul suo potenziale impatto negativo. Ritengo che, se opportunamente contestualizzato, il voto possa fungere da strumento di feedback formativo e di regolazione metacognitiva. Il voto offre al ragazzo una valutazione chiara del proprio livello di preparazione, indicando con precisione su quali aree deve focalizzare il proprio impegno per migliorare. Questo processo è essenziale per la formulazione di obiettivi di apprendimento realistici e significativi, un elemento purtroppo spesso carente nei ragazzi di oggi, che faticano a porsi traguardi a lungo termine. Non dovrebbe essere un mezzo per alimentare una competizione distruttiva tra pari, ma piuttosto un incentivo alla competizione intraindividuale, orientata al miglioramento continuo e al raggiungimento di obiettivi di padronanza. Qualora emergano dinamiche competitive tra pari, esse offrono un’opportunità preziosa per lo sviluppo di competenze di gestione emotiva e di assertività, riconoscendo che le problematiche non risiedono nel costrutto del voto, ma nelle dinamiche interpersonali e intrapsichiche che esso può innescare.
Il concetto di resilienza, intesa come la capacità di un individuo di fronteggiare e superare eventi traumatici o stressanti, è oggi ampiamente discusso nella letteratura psicologica. Tuttavia, la tendenza contemporanea a rimuovere proattivamente ostacoli e difficoltà dal percorso di sviluppo dei bambini e degli adolescenti, rischia di generare un danno evolutivo significativo. La crescita psicologica ottimale è intrinsecamente legata all’esperienza delle difficoltà, dei fallimenti e delle frustrazioni. È attraverso l’esposizione controllata a fattori di stress che si sviluppano meccanismi di autoregolazione emotiva e di problem-solving. Queste esperienze consentono di apprendere che la vulnerabilità è superabile e che le avversità possono essere trasformate in risorse per lo sviluppo personale.
Come ho argomentato in precedenti contributi, è imperativo che i giovani comprendano il valore adattivo delle sfide. Precludere loro la possibilità di misurarsi con le difficoltà significa negare opportunità cruciali per lo sviluppo di una robusta auto-efficacia e di una mentalità di crescita.
L’esame di maturità, quindi, non è solo una verifica di conoscenze, ma un rito di passaggio psicosociale. Come ogni transizione significativa, richiede l’attivazione di risorse cognitive ed emotive e la capacità di tollerare l’incertezza e la frustrazione. È proprio in questi contesti che si rafforza il carattere, si affinano le competenze trasversali (soft skills) e si struttura una personalità più matura e resiliente.
È fondamentale interrogarsi se, gli educatori, in senso ampio, stiano realmente equipaggiando i ragazzi con gli strumenti psicologici necessari per navigare la complessità del mondo adulto, o stiano in realtà contribuendo a una fragilità psicologica che li renderà meno adattabili. Dal mio punto di vista è indispensabile promuovere un ambiente che incoraggi l’esplorazione delle difficoltà, fornendo al contempo il supporto necessario per la loro comprensione e il loro superamento.

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