Quando l’indignazione diventa un riflesso: il caso Albanese e il bisogno di umanità

Ci sono dichiarazioni che fanno discutere per il loro contenuto e altre che colpiscono soprattutto per ciò che sembrano rivelare: distanza, distrazione, incapacità di comprendere il dolore di chi si ha davanti.

La vicenda che ha coinvolto Francesca Albanese a Modena appartiene, almeno sul piano della percezione pubblica, a questa seconda categoria.

Interpellata su un grave episodio di violenza avvenuto nella città che la ospitava, la relatrice speciale delle Nazioni Unite avrebbe risposto di non aver seguito la vicenda, spiegando di non vivere in Italia e di non poter conoscere tutti i fatti di cronaca.

Una risposta del genere può essere letta in molti modi.

Può essere interpretata come una semplice ammissione di ignoranza, forse pronunciata con troppa leggerezza. Può essere considerata una frase infelice, priva dell’intenzione di offendere. Ma, davanti alla morte di una persona e alle ferite lasciate da un attentato, è comprensibile che familiari e cittadini l’abbiano percepita come fredda, distante, persino disumana.

Quando il dolore è concreto, quando ha un nome e un volto, ci si aspetta almeno una parola di rispetto. Non necessariamente un’analisi politica, non una ricostruzione dettagliata dei fatti: semplicemente il riconoscimento della tragedia.

È questo il punto centrale della vicenda. Non si tratta di pretendere che ogni personaggio pubblico conosca ogni episodio di cronaca. Nessuno può seguire tutto, e ammettere di non essere informati non è, di per sé, una colpa. Il problema nasce dal modo in cui si risponde e dal contesto in cui lo si fa.

Una figura che ricopre un incarico internazionale, abituata a intervenire su guerre, violazioni dei diritti e crisi umanitarie, viene inevitabilmente giudicata anche sulla sua capacità di mostrare sensibilità quando il dramma non riguarda una causa lontana, ma una comunità che la sta accogliendo.

L’empatia, in questi casi, non dovrebbe essere una gara ideologica.

Non dovrebbe dipendere dall’identità della vittima, dall’orientamento politico della città o dalla possibilità di inserire l’evento dentro una narrazione già pronta.

Una persona è stata uccisa, altre sono rimaste ferite, una famiglia è stata devastata.

Prima ancora delle interpretazioni, delle responsabilità e delle discussioni sulla sicurezza, viene il rispetto per chi non c’è più.

È una regola elementare di civiltà.

Proprio per questo la reazione del fratello della vittima,

Giovanni Esposito, ha avuto un peso particolare. Le sue parole, definite vergognose e disumane, non sembrano provenire da una polemica costruita a tavolino, ma dal dolore di chi ha perso una persona cara. Quando a parlare è un familiare, la discussione dovrebbe farsi più cauta. Non perché i parenti abbiano sempre ragione su ogni aspetto politico, ma perché la loro sofferenza non può essere trattata come materiale da campagna elettorale o come un fastidio da archiviare.

La vicenda ha inoltre riacceso il dibattito sul rapporto tra sinistra e sicurezza. Da anni una parte dell’elettorato percepisce il progressismo italiano come più pronto a manifestare solidarietà per alcune vittime che per altre.

È una percezione che non va liquidata con sufficienza.

Anche quando nasce da semplificazioni o da generalizzazioni, segnala una frattura reale nella fiducia. I cittadini vogliono sentirsi dire che la loro sicurezza conta, che la violenza politica e il terrorismo vengono condannati senza distinguo, che il dolore delle vittime non sarà subordinato alla convenienza ideologica.

Naturalmente sarebbe scorretto trasformare una risposta infelice in una sentenza definitiva su un intero schieramento politico. La sinistra non è un blocco unico, così come non lo è la destra.

Al suo interno esistono persone capaci di condannare ogni forma di terrorismo, di difendere le vittime e di chiedere politiche di sicurezza efficaci senza rinunciare ai diritti fondamentali.

Allo stesso modo, nessuna parte politica possiede il monopolio dell’empatia. La destra può strumentalizzare il dolore, la sinistra può ignorarlo o leggerlo attraverso categorie ideologiche: il problema non appartiene a una sola area.

Tuttavia, se un partito prima valorizza una figura pubblica e poi, di fronte alle polemiche, la definisce irrecuperabile, è inevitabile che sorgano interrogativi. La politica non dovrebbe funzionare secondo il principio dell’applauso preventivo e del disconoscimento successivo.

Se una persona viene sostenuta quando è utile a una determinata battaglia e scaricata quando diventa imbarazzante, il pubblico ha il diritto di chiedersi quanto ci fosse di sincero in quell’appoggio iniziale.

Il caso di Modena mostra anche i limiti della comunicazione politica contemporanea.

Ogni frase viene estratta dal contesto, rilanciata, commentata, trasformata in simbolo. Spesso il dibattito non cerca più di capire che cosa sia accaduto, ma di stabilire chi possa trarne vantaggio.

Una dichiarazione diventa una prova generale contro l’intero campo avversario; la replica si trasforma in una controaccusa; il dolore della vittima viene relegato sullo sfondo.

Alla fine, il pubblico assiste a una gara di indignazione in cui tutti parlano delle proprie ragioni e quasi nessuno ascolta quelle di chi ha subito la tragedia.

Per questo è importante distinguere tra critica legittima e propaganda. Criticare la risposta di Albanese è legittimo. Chiedere maggiore rispetto per la vittima è doveroso.

Evidenziare la distanza tra il linguaggio solenne usato nelle dichiarazioni internazionali e l’apparente freddezza mostrata davanti a una tragedia locale è comprensibile. Ma utilizzare l’episodio per sostenere che un’intera area politica non possieda umanità significa compiere lo stesso errore che si denuncia: ridurre una vicenda complessa a un’etichetta.

La sicurezza, poi, merita un discorso serio.

Se l’attentato è stato compiuto da una persona radicalizzata e influenzata dalla propaganda dell’ISIS, non basta evocare il terrorismo per chiudere la discussione.

Occorre capire come sia stato possibile che un soggetto pericoloso arrivasse a colpire, quali segnali siano stati ignorati, quali strumenti abbiano funzionato e quali no. Serve una cooperazione efficace tra forze dell’ordine, intelligence, servizi sociali e istituzioni locali.

Servono prevenzione, controllo della propaganda online, capacità di intervenire sui percorsi di radicalizzazione e una gestione rigorosa delle situazioni a rischio.

Il dibattito, però, deve rimanere ancorato ai fatti. Evocare l’ISIS non significa automaticamente conoscere l’intera dinamica di un attentato. Un collegamento ideologico, una fascinazione, un riferimento trovato online e un’organizzazione strutturata non sono la stessa cosa. Per rispetto delle vittime e della verità giudiziaria, è necessario attendere gli accertamenti.

La sicurezza non si difende con le scorciatoie retoriche, ma con indagini, competenza e responsabilità.

Allo stesso modo, il diritto di critica non può trasformarsi in un processo sommario. Francesca Albanese può essere contestata per le sue posizioni, per i suoi giudizi e per le sue parole.

Le istituzioni possono prendere le distanze. I cittadini possono considerare la sua risposta inaccettabile. Ma la condanna politica deve restare distinta dall’attacco personale e dalla disinformazione. La fermezza non richiede insulti; il rispetto per le vittime non autorizza a fabbricare fatti non verificati.

Questa distinzione non attenua la gravità percepita della frase.

Al contrario, la rende più chiara. Dire «non ho seguito la vicenda» può essere onesto, ma in un momento del genere è una risposta insufficiente.

Si poteva dire: «Non conosco ancora tutti i dettagli, ma esprimo il mio cordoglio alla famiglia e la mia vicinanza ai feriti». Poche parole, capaci di riconoscere il dolore senza fingere una conoscenza che non si possiede.

La sensibilità pubblica si manifesta spesso proprio nella capacità di scegliere le parole quando non si hanno tutte le informazioni.

Chi ricopre ruoli di grande responsabilità dovrebbe ricordare che il linguaggio non è neutro.

Ogni frase viene ascoltata da persone diverse: dai familiari, dai feriti, dai soccorritori, dai cittadini impauriti.

Una risposta tecnicamente difendibile può essere umanamente devastante.

La competenza e l’autorevolezza non sostituiscono la compassione. Anzi, più è importante l’incarico ricoperto, maggiore è l’attenzione che ci si aspetta.

Da Giovanni Michele de Ficchy

Scrittore, giornalista indipendente specializzato in questioni economiche, scenari internazionali e criminalistica. Ambasciatore di Pace Onu. criminologo investigativo.

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