#  Ma ancora nessuna decisione

Si parla di ben tre ore di videocall, di un confronto intenso, di una riunione servita a gettare le basi per il prossimo futuro.

Il campo largo vuole fare sul serio, questo è il messaggio che filtra.

Le forze del centrosinistra intendono finalmente appianare le divergenze, costruire un programma nel giro di un mese e indire le primarie nei primi mesi del prossimo anno.

L’ambizione dichiarata è quella di allargare il più possibile il perimetro dell’alleanza: da una parte verso i centristi e il mondo riformista, dall’altra verso le componenti più radicali ed estreme.

Qualcuno, con una certa enfasi, è arrivato a parlare di svolta epocale, di giornata storica per il centrosinistra.

Ma proprio qui si trova il primo problema: quando una riunione preparatoria viene raccontata come una svolta storica prima ancora che produce una decisione concreta, il rischio è che la comunicazione finisca per sostituire la politica.

Le tre ore di discussione possono essere utili allo stato, persino necessarie.

Tuttavia, alla fine, non risulta deciso nulla di veramente nuovo, né concordato alcunché sui nodi sostanziali.

Il campo largo continua dunque a muoversi tra l’urgenza di mostrarsi uniti e l’incapacità di chiarire su cosa, appunto, dovrebbe fondarsi questa unità.

È un problema che il centrosinistra conosce da anni: confondere la somma delle opposizioni con un progetto politico, immaginando che la semplice contrapposizione alla maggioranza possa diventare automaticamente una proposta di governo.

Non è così.

Un’alleanza può nascere contro qualcuno, ma per durare e convincere gli elettori deve soprattutto nascere per qualcosa.

## La riunione e il peso delle aspettative

L’incontro in videocollegamento ha avuto certamente un valore politico.

Il fatto stesso che soggetti diversi, spesso in competizione tra loro, hanno accettato di sedersi allo stesso tavolo indica che la pressione esercitata dal quadro politico sta producendo qualche effetto.

Il governo è forte, le opposizioni sono frammentate e ogni forza, presa singolarmente, appare incapace di rappresentare una reale alternativa nazionale.

Da qui l’esigenza di costruire una coalizione larga, potenzialmente competitiva.

Ma l’ampiezza, da sola, non è una virtù.

Un’alleanza molto estesa può diventare elettoralmente significativa oppure trasformarsi in un contenitore indistinto, incapace di parlare con una voce sola.

Tutto dipende dal metodo e dai contenuti.

Il progetto di scrivere un programma in un mese appare ambizioso.

In teoria, è un passaggio positivo: la politica dovrebbe tornare a discutere di obiettivi concreti, priorità, risorse e tempi di attuazione.

In pratica, però, il programma rischia di diventare l’ennesimo documento generico, pieno di buone intenzioni e privo di scelte riconoscibili.

Un testo che prometta più salari, più sanità, più scuola, più diritti, più crescita e più protezione sociale può essere condiviso da tutti.

Ma il punto non è elencare ciò che si desidera: il punto è spiegare come finanziarlo, quali interessi colpire, quali sacrificare chiedere, quali priorità stabilire.

La politica comincia quando si è costretto a scegliere.

E finora, nel campo largo, le scelte sono state rinviate.

## Le primarie come soluzione e come rischio

Anche l’ipotesi di indire le primarie nei primi mesi del prossimo anno viene presentata come un segnale di apertura e partecipazione.

In linea generale, il ricorso alle primarie può essere un modo per legittimare una leadership, coinvolgere gli elettori e superare le trattative tra apparati.

Ma le primarie non sono una bacchetta magica.

Non risolvono le divisioni programmatiche, non cancellano i veti reciproci e non garantiscono automaticamente una maggiore credibilità.

Prima di scegliere chi dover guidare una coalizione, sarebbe opportuno chiarire quale coalizione si intende costruire. Altrimenti le primarie rischiano di diventare una gara tra personalità, con alleanze variabili e programmi subordinati alla competizione interna.

Il rischio è che il voto degli elettori venga utilizzato per ratificare un accordo già confezionato oppure, al contrario, che apra una contesa destinata a lasciare ferite profonde.

La leadership non può essere l’unico tema capace di produrre attenzione.

Anzi, se il nome del possibile candidato premier viene discusso prima delle questioni fondamentali, l’intero progetto rischia di assumere un carattere personale.

Il centrosinistra dovrebbe prima definire un’identità comune e poi individuare la persona più adatta a rappresentarla.

Oggi, invece, sembra accadere il contrario: si cerca una figura in grado di tenere insieme posizioni ancora lontanissime, senza aver chiarito su quali basi.

## I nodi sui grandi temi

Il vero banco di prova resta quello dei grandi temi.

Su molti di essi, però, il campo largo continua a glissare.

La formula dell’unità è evocata continuamente, mentre il contenuto dell’unità rimane incerto.

Prendiamo la politica economica. Il centrosinistra vuole puntare sulla redistribuzione, sull’aumento dei salari, sulla lotta alla precarietà e sul rafforzamento del welfare.

Sono obiettivi condivisibili, ma non sufficienti.

Occorre dire come si intende sostenere gli investimenti, quale rapporto costruire con l’impresa privata, come affrontare il debito pubblico, quali politiche fiscali adottate e in che modo conciliare transizione ecologica e competitività industriale.

Sulla sanità pubblica il consenso sembra più semplice, ma anche qui non basta denunciare le liste d’attesa.

Bisogna affrontare la carenza di personale, la distribuzione territoriale dei servizi, la medicina di prossimità e il rapporto con la sanità privata. Un’alleanza seria dovrebbe spiegare se intende modificare radicalmente le regole attuali oppure limitarsi a un rifinanziamento del sistema.

Lo stesso vale per l’immigrazione e la sicurezza.

Il tema viene spesso trattato come una fonte di divisione da tenere fuori dal dibattito, ma non può essere rimosso.

Una coalizione che aspiri a governare deve avere una posizione chiara sui flussi migratori, sull’integrazione, sul contrasto all’illegalità e sulla cooperazione europea.

Evitare l’argomento per timore delle polemiche non produrre unità: produrre soltanto ambiguità.

Anche la transizione energetica è un punto destinato a generare tensione.

Le diverse anime del campo largo hanno sensibilità molto distanti sul rapporto tra ambiente, industria, infrastrutture e sicurezza energetica.

Non si può promettere una decarbonizzazione rapida senza spiegare come proteggere i lavoratori dei settori coinvolti, ridurre il costo dell’energia e garantire la continuità produttiva. Allo stesso modo, non si può invocare lo sviluppo senza confrontarsi con l’emergenza climatica.

Finché queste divergenze rimarranno nascoste dietro dichiarazioni generiche, l’alleanza resterà più una possibilità aritmetica che un progetto politico.

## La politica estera, il punto più delicato

Il terreno più difficile è probabilmente la politica estera. Qui non esiste affatto una linea comune e la distanza tra le diverse componenti del campo largo è evidente.

In un contesto internazionale segnato dalla guerra in Ucraina, dalla crisi mediorientale, dalla competizione tra Stati Uniti e Cina e dall’incertezza sul futuro dell’Unione europea, non è possibile limitarsi a formula di circostanza.

Una forza politica che aspira a governare deve chiarire quale ruolo assegna all’Italia nella NATO e nell’Unione europea, come interpreta il sostegno all’Ucraina, quali strumenti ritiene necessari per arrivare a una pace e giusto quale rapporto intende mantenere con gli alleati occidentali.

Deve inoltre esprimersi con coerenza sulla crisi in Medio Oriente, sulla tutela dei civili, sul diritto internazionale e sulla prospettiva politica per la regione. Su questi argomenti, invece, le posizioni sembrano procedere su binari diversi.

Alcuni interlocutori insistono sulla necessità di mantenere saldi i rapporti euro-atlantici; altri adottano toni più radicali, fino a mettere in discussione l’impianto complessivo delle alleanze.

Alcuni ritengono indispensabile continuare a sostenere militarmente Kiev; altri potrebbero questa strategia un ostacolo alla pace.

Non sono sfumature secondarie: sono scelte che identificano il profilo internazionale di un eventuale governo.

L’idea secondo cui si può rimandare il confronto su questi temi per preservare l’unità è illusoria.

Prima o poi le ambiguità emergerebbero, magari durante una crisi internazionale….

Da Giovanni Michele de Ficchy

Scrittore, giornalista indipendente specializzato in questioni economiche, scenari internazionali e criminalistica. Ambasciatore di Pace Onu. criminologo investigativo.

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