C’è una qualità che attraversa i secoli con una resilienza sorprendente: la stupidità. Non conosce crisi, non teme rivoluzioni tecnologiche, non si lascia scalfire da università, premi Nobel o algoritmi. È democratica, inclusiva, bipartisan. E, a ben vedere, anche terribilmente umana. Già nel Rinascimento qualcuno ne aveva colto il potenziale: nel suo Elogio della follia, Erasmo da Rotterdam celebrava con sottile ironia l’irrazionalità umana come motore della società. Non lo faceva per compiacersene, ma per mostrarne l’onnipresenza: la follia — e la sua cugina meno nobile, la stupidità — abita tanto nelle corti quanto nelle chiese, nei mercati come nelle accademie. Oggi, nel XXI secolo, la stupidità non solo sopravvive: prospera. Ha trovato nuovi habitat naturali — i social network, i talk show urlati, i commenti sotto i post — dove può riprodursi con velocità esponenziale. Se un tempo serviva almeno una piazza per diffondere un’idea sciocca, oggi basta una connessione Wi-Fi e una tastiera un po’ troppo sicura di sé. Ma cos’è, davvero, la stupidità? Non è semplice ignoranza: quella è mancanza di conoscenza, spesso colmabile. La stupidità è un’altra cosa. È l’incapacità — o il rifiuto — di dubitare delle proprie certezze. È l’ostinazione nel semplificare ciò che è complesso, l’arte di trarre conclusioni granitiche da premesse fragili come biscotti inzuppati. In questo senso, è sorprendentemente resistente all’educazione: talvolta, anzi, si accompagna a titoli accademici e carriere rispettabili. Lo storico dell’economia Carlo M. Cipolla, in un saggio tanto breve quanto geniale, formulò le celebri “leggi fondamentali della stupidità umana”. La più inquietante: lo stupido è colui che causa danno agli altri senza trarne beneficio, anzi spesso subendo una perdita. Una definizione elegante che spiega molto del traffico cittadino, delle riunioni di condominio e, talvolta, della geopolitica. La stupidità ha poi una dote retorica notevole: la sicurezza. Chi non sa, dubita; chi sa un po’, riflette; chi non sa ma crede di sapere, proclama. E proclama forte. La storia è costellata di certezze sbagliate difese con fervore quasi religioso. D’altronde, come osservava (non senza malizia) Bertrand Russell, “il problema del mondo è che gli stupidi sono sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi”. Eppure sarebbe un errore considerare la stupidità solo come difetto altrui. Essa è una possibilità universale, un rischio democraticamente distribuito. Ognuno, in momenti diversi, può cadere nella trappola delle scorciatoie mentali: credere a ciò che conferma le proprie idee, ignorare le smentite, confondere opinioni con fatti. In piccole dosi, è persino funzionale: semplificare aiuta a vivere. Il problema nasce quando la semplificazione diventa negazione della realtà. C’è poi una dimensione quasi poetica della stupidità: la sua impermeabilità all’esperienza. Si può dimostrare, spiegare, argomentare — ma essa resta, placida, immutata. Come una roccia filosofica, ma senza la filosofia. Da qui nasce il fascino tragicomico di tante discussioni contemporanee: non sono dialoghi, ma monologhi paralleli che si ignorano cortesemente. Forse la vera intelligenza, allora, non sta nell’assenza di stupidità — traguardo probabilmente irraggiungibile — ma nella capacità di riconoscerla in sé. Il dubbio come igiene mentale, l’ironia come antidoto, la curiosità come vaccino. Chi ride della propria possibilità di essere stupido è già, in qualche misura, meno stupido. In fondo, la stupidità non è solo un difetto: è anche uno specchio. Ci ricorda la fragilità del pensiero umano, la facilità con cui certezze e illusioni si confondono. E ci invita, con discreta ironia, a un esercizio antico e sempre attuale: pensare meglio, ma soprattutto pensare di nuovo. Perché la stupidità, come l’aria, è ovunque. Ma, a differenza dell’aria, possiamo sempre provare a respirarne un po’ meno.

