La generazione dell’attesa, la crisi della responsabilità e il paradosso di una società che insegna a pretendere tutto, ma sempre meno a costruire qualcosa. di Francesco Rao Viviamo nell’epoca dei diritti. Li invochiamo, li rivendichiamo, li pretendiamo. Il diritto al lavoro stabile, alla sicurezza economica, alla realizzazione personale, alla libertà di protestare e manifestare. Conquiste sacrosante, che rappresentano il fondamento della nostra democrazia. Ma nel frastuono delle rivendicazioni contemporanee sembra essere scomparsa una parola altrettanto importante: dovere. Abbiamo costruito una società sempre più attenta a ciò che ciascuno dovrebbe ricevere e sempre meno interessata a ciò che ognuno dovrebbe contribuire a realizzare. Il risultato rischia di essere un paradosso inquietante: generazioni formalmente titolari di molti diritti, ma progressivamente meno preparate ad assumersi le responsabilità necessarie per esercitarli. Per comprendere questa trasformazione dobbiamo partire dalla famiglia, primo laboratorio della convivenza sociale. Negli ultimi decenni siamo passati da una famiglia prevalentemente normativa, fondata su regole, ruoli e responsabilità, a una famiglia sempre più affettiva, centrata sull’ascolto, sulla protezione e sulla gratificazione emotiva. Un’evoluzione che ha certamente superato molti limiti dell’autoritarismo educativo, restituendo centralità ai bisogni e alla dignità dei figli. Ma quando l’affetto sostituisce la regola, quando ogni desiderio diventa un’esigenza da soddisfare e ogni frustrazione un ostacolo da rimuovere, rischiamo di privare i giovani di un’esperienza fondamentale: imparare a confrontarsi con il limite. Amare un figlio non significa evitargli ogni difficoltà, ma renderlo capace di affrontarla. Eppure, talvolta, proprio nel tentativo di proteggerli, finiamo per crescere giovani anagraficamente adulti, ma non sempre preparati ad assumere responsabilità durature. È qui che emerge una contraddizione particolarmente significativa: molti giovani desiderano continuare a beneficiare della sicurezza della famiglia affettiva, ma incontrano difficoltà nel passaggio verso una famiglia nella quale diventare protagonisti di responsabilità reciproche. Si desidera l’amore, ma si teme il vincolo; si cerca stabilità emotiva, ma si fatica ad accettare il sacrificio e il compromesso che ogni relazione autentica comporta. Dalla famiglia nella quale si riceve cura a quella nella quale bisogna imparare a offrirla: è questo uno dei passaggi fondamentali verso la maturità. Il problema, tuttavia, supera i confini domestici e investe la scuola, il lavoro e le istituzioni. Abbiamo progressivamente alimentato una cultura nella quale il risultato sembra contare più del percorso, il successo più dell’impegno, la rivendicazione più della partecipazione. Si desidera un lavoro stabile e adeguatamente retribuito, aspirazione assolutamente legittima, ma non sempre si riconosce che la realizzazione professionale richiede formazione continua, disponibilità al cambiamento, sacrificio e capacità di affrontare l’incertezza. Non possiamo però attribuire ai giovani tutte le responsabilità. Sarebbe sociologicamente superficiale e profondamente ingiusto. La precarietà occupazionale, il costo delle abitazioni, le disuguaglianze territoriali e la difficoltà di raggiungere un’autonomia economica rappresentano ostacoli concreti. Non si può pretendere emancipazione senza creare le condizioni materiali che la rendano possibile. Esiste, tuttavia, una responsabilità educativa che nessuna difficoltà economica può cancellare: insegnare che la vita non può ridursi all’attesa che qualcun altro risolva i nostri problemi. L’attendismo rischia di diventare la nuova forma dell’immobilismo sociale. Si aspetta che intervenga lo Stato, che provveda la famiglia, che la scuola risolva ogni fragilità, che il mercato offra l’occasione perfetta. Nel frattempo, il rischio è quello di rinunciare a costruire autonomamente il proprio futuro. Anche il clima di protesta che attraversa la società contemporanea merita una riflessione. Manifestare il dissenso è un diritto fondamentale, ma protestare non significa essere dispensati dal rispetto delle regole. La rabbia può rendere visibile un problema, non necessariamente risolverlo. Senza proposta, competenza e responsabilità, persino la protesta rischia di trasformarsi in una sterile rappresentazione dell’insoddisfazione. Eppure, l’amarezza più profonda riguarda proprio noi adulti. Abbiamo talvolta confuso la protezione con la sostituzione, l’autorevolezza con l’autoritarismo, la libertà con l’assenza di limiti. Abbiamo chiesto alla scuola di educare, indebolendone spesso il ruolo, e abbiamo parlato continuamente ai giovani di futuro senza offrire sempre esempi credibili di responsabilità. Rischiamo oggi di rimproverare alle nuove generazioni una fragilità che abbiamo contribuito noi stessi a costruire. Non credo che i giovani siano per natura più deboli di quelli di ieri. Credo che possano diventarlo quando vengono privati della possibilità di sbagliare, di faticare, di conquistare e di scoprire quanto valgano davvero le proprie capacità. Occorre allora ricostruire un’alleanza educativa tra famiglia, scuola e istituzioni, capace di tenere insieme affetti e regole, libertà e responsabilità, diritti e doveri. Perché il dovere non è la negazione della libertà: è ciò che permette alla libertà di diventare responsabilità. E una società nella quale tutti pretendono, ma sempre meno persone contribuiscono, rischia inevitabilmente di indebolire anche quei diritti che dichiara di voler difendere. Dobbiamo tornare a insegnare una verità semplice, ma oggi quasi rivoluzionaria: non tutto ciò che desideriamo ci è dovuto e non tutto ciò che ci è dovuto può essere garantito senza il contributo di qualcuno. I diritti sono conquiste irrinunciabili. Ma per renderli vivi occorrono cittadini consapevoli, adulti credibili e giovani capaci di assumersi responsabilità. Altrimenti, la nostra sconfitta non sarà aver cresciuto una generazione incapace di ottenere ciò che desidera, ma aver costruito una società incapace di trasmettere il valore dell’impegno. Perché il futuro non si eredita, non si reclama e non si ottiene per diritto di nascita. Il futuro si costruisce. E per costruirlo dobbiamo finalmente smettere di domandarci soltanto che cosa il mondo debba fare per noi e ricominciare a chiederci che cosa siamo disposti a fare noi per il mondo. – Francesco Rao sociologo e docente universitario a contratto
