Dalla mafia alla collaborazione con la giustizia. Nell’intervista a Format Lab Academy, Gaspare Mutolo ripercorre le sue “due vite” e racconta il rapporto con Giovanni Falcone, gli anni delle stragi e il momento in cui decise di cambiare strada.
Gaspare Mutolo ha vissuto due vite. È lui stesso a definirle così.
Una dentro Cosa nostra, trascorsa per decenni tra latitanza e carcere. L’altra cominciata quando decise di parlare con la giustizia e di affidare allo Stato ciò che conosceva dall’interno dell’organizzazione mafiosa.
Nell’intervista realizzata da Format Lab Academy, Mutolo torna su alcuni dei passaggi più drammatici della storia italiana e soprattutto sull’uomo che, nel suo racconto, rappresentò il punto di svolta: Giovanni Falcone.
«Dopo i vent’anni sono stato sempre o latitante o in galera»
Ripercorrendo il proprio passato, Mutolo descrive senza attenuanti la prima parte della sua esistenza.
Parla degli anni trascorsi tra carcere e latitanza e di una vita che, a partire dagli anni Sessanta, rimase profondamente legata all’ambiente criminale.
Poi arriva il cambiamento.
Tra il 1991 e il 1992 prende forma una nuova stagione nella lotta alla mafia e il contributo dei collaboratori di giustizia assume un peso decisivo nella possibilità dello Stato di conoscere dall’interno strutture, uomini e dinamiche di Cosa nostra.
È proprio in quella fase che Mutolo decide di collaborare.
L’incontro con Giovanni Falcone
Nel racconto di Mutolo il nome di Falcone ritorna continuamente.
Non soltanto come magistrato, ma come l’uomo nel quale aveva maturato una fiducia particolare.
«Falcone aveva un’intelligenza che era fuori del comune», racconta Mutolo nell’intervista.
E aggiunge una frase ancora più netta:
«Capiva tutto».
Il rapporto tra Mutolo e Falcone è un passaggio documentato anche nella ricostruzione istituzionale degli anni delle stragi. Nel dicembre del 1991 Mutolo incontrò Falcone nel carcere di Spoleto manifestando la propria volontà di collaborare; Falcone gli indicò Paolo Borsellino come magistrato al quale affidare le sue dichiarazioni.
Mafia e politica, il nodo che attraversa il racconto
L’intervista affronta poi uno dei terreni più delicati: il rapporto tra mafia, politica e altri centri di potere.
Mutolo racconta questo mondo dalla prospettiva di chi ne ha fatto parte e formula valutazioni e accuse che vanno lette come sue dichiarazioni e ricostruzioni personali.
È un punto essenziale anche per comprendere il valore storico delle testimonianze dei collaboratori di giustizia: permettere agli investigatori di osservare organizzazioni criminali costruite proprio sulla segretezza e sull’impossibilità, per chi è all’esterno, di comprenderne fino in fondo gerarchie e relazioni.
«Falcone capiva»
Ma è ancora Falcone a rappresentare uno dei fili conduttori più forti dell’intervista.
Mutolo insiste sulla capacità del magistrato di comprendere non soltanto la struttura militare di Cosa nostra, ma la complessità del fenomeno mafioso.
Una fiducia maturata paradossalmente mentre i due si trovavano su fronti opposti.
La collaborazione di Mutolo sarebbe poi proseguita con Paolo Borsellino, dopo la strage di Capaci del 23 maggio 1992.
Poche settimane dopo, il 19 luglio, anche Borsellino sarebbe stato assassinato nella strage di via D’Amelio.
Due vite e una domanda che resta aperta
Oggi il racconto di Gaspare Mutolo non riguarda soltanto ciò che è accaduto dentro Cosa nostra.
Riguarda il significato della collaborazione con la giustizia, il prezzo della scelta di rompere con l’organizzazione e il ruolo che uomini come Falcone e Borsellino hanno avuto nel convincere alcuni mafiosi a parlare.
Ed è forse proprio l’immagine delle “due vite” evocata da Mutolo a sintetizzare l’intera intervista: quella dell’uomo che apparteneva alla mafia e quella del collaboratore che, a un certo punto della propria storia, decise di raccontarla dall’interno.

Da Luigia Aristodemo

Presidente Associazione DIRE DONNA OGGI Editore Associazione DIRE OGGI 2.0

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