Conosco Claudio Aorta da oltre quarant’anni e, in tutti questi anni, ho sempre apprezzato la sua vena artistica e creativa, la sua sensibilità verso temi filosofici e spirituali e il profondo attaccamento a Napoli che lo contraddistingue. Per questo motivo, la pubblicazione del suo primo romanzo, “Il tempo del girasole”, non mi sorprende affatto, ma rappresenta piuttosto il naturale compimento di un percorso che ho avuto il privilegio di osservare nel tempo. L’opera è realmente affascinante e complessa: tocca diversi aspetti della sfera umana e può essere letta attraverso molteplici chiavi interpretative, dalla riflessione filosofica sul tempo alla dimensione spirituale, dalla passione per la storia alla celebrazione dell’identità napoletana. Ci facciamo raccontare del romanzo direttamente dall’autore con una intervista.
Da dove nasce l’idea del romanzo?
L’idea è nata da una passione che mi porto dietro da anni: il fascino per la Napoli di un tempo e per il dialogo tra epoche diverse. Fin da ragazzo mi ha colpito la storia della Repubblica Partenopea del 1799, un momento straordinario e spesso dimenticato in cui la città ha davvero creduto negli ideali di libertà e uguaglianza. In pochi sanno che pure Napoli, anche se per poco, ha avuto la sua “Rivoluzione francese” e ha sognato di cambiare il mondo. Mi incuriosisce come grandi idee possano nascere nei luoghi più inattesi e come la memoria di quei giorni sopravviva in tracce sparse: vicoli, monumenti, racconti. Da qui mi è venuto il desiderio di scrivere una storia che fosse un viaggio nel tempo, ma anche una riflessione su ciò che resta di quei sogni e su come il passato riesca ancora a parlare al presente.
Il tempo è centrale nella tua storia. Che ruolo ha per te e per i personaggi?
Per me il tempo non è solo una cornice, ma una domanda continua. Nei miei personaggi diventa un confine tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare. Elena, attraversando epoche diverse, si confronta con nostalgia, rimpianti, ma anche con la possibilità di cambiare davvero. Credo che il tempo ci costringa a guardare in faccia le nostre scelte e a chiederci cosa conta. Nel romanzo è anche memoria: ciò che resta e ciò che si trasforma.
Scienza e fede convivono nella storia. Come si intrecciano in Elena e, forse, anche in te?
Elena è una scienziata, abituata a ragionare in modo logico, ma il suo viaggio la mette davanti a eventi che la ragione non può spiegare. Questo la spinge ad aprirsi a ciò che va oltre il visibile. Non ho mai pensato che scienza e fede fossero nemiche: spesso si cercano, si sfidano e, in qualche modo, si completano. In Elena, come anche in me, c’è il bisogno di capire, ma anche la consapevolezza che non tutto può essere misurato. A volte la fede è accettare il mistero.
Carlo Ballardini è un personaggio chiave. Come lo descriveresti?
Carlo è un personaggio particolare: nel passato dirige un orfanotrofio, nel presente insegna tennis. In entrambi i ruoli è una presenza che spinge Elena oltre la sua zona di comfort. È un amore che sfida il tempo, ma anche la forza tranquilla di chi sceglie di prendersi cura degli altri. Grazie a lui, Elena capisce che la vera forza non sta nel controllare tutto, ma nell’aprirsi agli altri.
Perché è così difficile cambiare? Perché si resiste al cambiamento?
Perché fa paura. Cambiare vuol dire lasciare andare certezze, abitudini, che a volte sono parti di noi. Paradossalmente, nel 2025 il cambiamento sembra incutere più timore che alla fine del Settecento: segno forse che, nonostante i progressi, la nostra società è diventata meno disposta a mettere in discussione le proprie consuetudini. Resistiamo per paura, nostalgia, senso di colpa. Ma il cambiamento, anche quando arriva all’improvviso, può trasformarsi in un’occasione. La sfida è capire che cambiare non significa perdere sé stessi, ma scoprire nuove possibilità.
Napoli del 1799 è molto viva nel romanzo. Cosa ti ha colpito di più?
Mi affascinava la vitalità di una città sospesa tra rivoluzione e tradizione, tra speranza e paura. Napoli era un crocevia di idee e contraddizioni. Ho cercato di restituire questa complessità, mostrando sia la bellezza sia la durezza della vita quotidiana. Volevo che il lettore sentisse profumi, rumori, tensioni di un’epoca che, sotto certi aspetti, parla ancora a noi.
C’è una scena che ti è particolarmente cara?
Sì, quella di Elena e Carlo davanti all’Albergo dei Poveri, nella Napoli del 1799. È un momento in cui lei sente tutta la nostalgia dei suoi luoghi e, allo stesso tempo, la bellezza di un tempo diverso. In quel dialogo emerge che la nostalgia di Elena non nasce solo dal desiderio di tornare a casa, ma anche dal fatto che quel luogo, pur bellissimo, non lo ha scelto lei. È un sentimento comune: certi posti ci incantano, ma ci ricordano ciò che abbiamo lasciato. Quella scena parla di radici, appartenenza e della capacità di lasciarsi sorprendere dalla bellezza, anche quando arriva in momenti difficili.
Nel libro ci sono donne forti. Quanto era importante dar voce alle figure femminili?
Molto. Elena, Eleonora Pimentel Fonseca e Maria sono donne che sfidano i limiti del loro tempo. Ho voluto raccontare la loro forza e le loro fragilità, senza idealizzarle. La storia è piena di figure femminili straordinarie che spesso restano nell’ombra: portarle al centro era un modo per dar loro il posto che meritano.
Se dovessi riassumere il messaggio del romanzo in una frase?
Vorrei che il lettore sentisse che, anche quando la vita ci mette davanti a ostacoli o cambiamenti inattesi, c’è sempre la possibilità di trovare luce, senso e bellezza. Basta avere il coraggio di guardare avanti, senza dimenticare da dove veniamo.

