IO GLI STACCO TUTTI I CAVI”. ANATOMIA DELLA NUOVA VIOLENZA: OLTRE LA MARGINALITÀ, VERSO LA DEUMANIZZAZIONE MECCANICA


L’episodio di violenza avvenuto in Corso Como a Milano nel novembre 2025 non è solo un fatto di cronaca: rappresenta un evento spartiacque nella comprensione della devianza giovanile contemporanea. L’accoltellamento di un giovane di 22 anni da parte di un gruppo di cinque adolescenti, scatenato da una richiesta di denaro esigua o dal semplice desiderio di “divertimento”, ci impone di superare le categorie sociologiche tradizionali. Non siamo di fronte alla criminalità della deprivazione materiale, ma a una patologia della saturazione e del distacco, dove la brutalità meccanica delle intercettazioni rivela una profonda ristrutturazione cognitiva.
L’aspetto più allarmante non risiede tanto nell’atto in sé, quanto nel linguaggio utilizzato. La frase intercettata “Io gli stacco tutti i cavi” non è semplice slang, ma un indicatore linguistico preciso di quello che definisco Deumanizzazione Meccanicistica.
Per comprendere come adolescenti apparentemente “normali” e integrati possano commettere atti efferati senza un crollo psicologico immediato, dobbiamo analizzare i meccanismi sotterranei che hanno disattivato la loro inibizione morale. Spesso cerchiamo il movente nel bisogno, ma qui il motore è una disfunzione nei sistemi di regolazione dell’arousal (eccitazione). Il movente economico è un pretesto per l’attivazione psicofisiologica. Siamo di fronte a soggetti con alti livelli di Sensation Seeking, il tratto di personalità che spinge alla ricerca di esperienze intense e rischiose. Quando un adolescente con questo profilo si trova immerso in una noia pervasiva, la delinquenza diventa un meccanismo adattivo, seppur patologico, per “sentire” qualcosa. L’interazione tra noia e Sensation Seeking è esplosiva: studi confermano che questa combinazione porta ai livelli più elevati di aggressione, con una propensione alla violenza statisticamente molto più rilevante. Il vagare notturno del gruppo in Corso Como era una ricerca attiva di stimoli; non trovandone di legali, hanno “fabbricato” il proprio dramma ad alta tensione. L’accoltellamento è divenuto un metodo di “creazione di sensazione” per perforare l’intorpidimento della loro realtà
Un secondo errore comune è leggere questa violenza come frutto di abbandono. Il profilo psicologico punterebbe invece verso il Narcisismo, specificamente nella dimensione dell’Entitlement (Diritto/Pretesa). Non osserviamo deprivazione, ma una patologia della “sopravvalutazione”. È fondamentale distinguere tra “calore genitoriale” (che crea autostima) e “sopravvalutazione genitoriale”. Quando i genitori trasmettono al figlio l’idea di essere “più speciale” e di avere più diritti degli altri, pongono le basi per il Narcisismo Grandioso. Questi ragazzi, spesso cresciuti con stili genitoriali permissivi che non forniscono freni interni, sviluppano una visione del mondo in cui gli altri non sono soggetti autonomi, ma ostacoli alla propria gratificazione. Quando la vittima rifiuta di cedere (i soldi, o la sottomissione), la reazione è la Rabbia Narcisistica. L’aggressione diventa la risposta di un “io” ipertrofico che non tollera la frustrazione.
La capacità di agire in gruppo senza rimorso si spiega attraverso il costrutto del Disimpegno Morale. Nel caso di Corso Como, assistiamo a un “effetto sinergico negativo” di più meccanismi. Primo fra tutti, l’etichettamento eufemistico: definire l’aggressione come “dare una lezione” o “scherzare” riduce il distress morale. Segue la diffusione di responsabilità: in un gruppo di cinque, l’agency personale è oscurata. Ogni membro sente un carico di responsabilità frazionato, quasi nullo, poiché il consenso del “branco” agisce come solvente per l’inibizione individuale. Ancora più agghiacciante è la distorsione delle conseguenze. La frase “Magari schiatta così non parla” evidenzia una pragmatica callosa. Il peso morale dell’omicidio (la fine di una vita) viene minimizzato e subordinato all’evitamento delle conseguenze legali (la testimonianza). La sofferenza della vittima è percepita come trascurabile rispetto al rischio di sanzione per l’aggressore.
Il cuore nero di questa vicenda risiede però in quella frase: “Io gli stacco tutti i cavi”. Qui entriamo nel campo della Deumanizzazione Meccanicistica. L’altro non viene visto come un animale (che manterrebbe una vitalità biologica), ma come un automa, un robot. La metafora è tecnocratica: la vittima non ha sangue o nervi, ha “cavi” che possono essere disconnessi. Questo framing cognitivo è pericolosissimo perché bypassa gli inibitori biologici dell’empatia. Se la vittima è un oggetto, “romperla” non ha peso morale. Studi di neuroimaging suggeriscono che durante la deumanizzazione meccanicistica si verifica una ridotta attivazione del Default Mode Network (DMN), l’area cerebrale deputata alla comprensione degli stati mentali altrui. Il cervello degli aggressori ha letteralmente “spento” i circuiti che riconoscono l’umanità altrui.
Questa visione meccanica suggerisce una contaminazione tra mondo virtuale e reale, nota come Game Transfer Phenomena (GTP). Non si tratta della banale accusa ai videogiochi violenti, ma di una sovrapposizione cognitiva dove elementi del gaming invadono la percezione reale. La vittima viene percepita implicitamente come un NPC (Non-Player Character) o un bot che può essere “shuttato down”. L’uso del termine “cavi” indica che l’aggressore ha sovrapposto uno schema di gioco alla vittima biologica. Stiamo assistendo alla Gamificazione della Violenza, dove l’accoltellamento viene vissuto come una quest o un obiettivo da sbloccare, spogliato della sua irreversibilità. La violenza fisica è stata solo l’atto finale di un processo “allenato” online. L’assenza di segnali socio-emotivi nelle chat (non vedere il dolore) facilita la crudeltà e il disimpegno morale. La “chat choc” successiva all’evento ha funto da cassa di risonanza, un “backstage” dove la violenza è stata collettivamente validata. Attraverso il Deviancy Training (addestramento alla devianza), il gruppo ha rinforzato positivamente i comportamenti antisociali, creando una narrazione condivisa che legittima l’orrore.
In sintesi, Corso Como ci mostra una violenza strumentale, fredda, nata non dalla necessità ma dal vizio, e resa possibile da una mente che ha imparato a trattare gli esseri umani come macchine da spegnere.

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