1° luglio 2026
Il Garante Regionale dei diritti della persona, dr. Enrico Sbriglia, ha partecipato, nella mattinata del 30 giugno, alla ricorrenza di San Basilide, Protettore degli appartenenti al Corpo della Polizia Penitenziaria, promossa dalla Direzione del Carcere di Pordenone; la messa era officiata dal Vescovo Giuseppe Pellegrini. Con la sua presenza, il Garante ha inteso testimoniare il sincero apprezzamento per il grande lavoro svolto dal personale penitenziario presso la Casa Circondariale di Pordenone, dove il Direttore, dr. Leandro Lamonica, insieme al suo Comandante, Commissario Capo Laura Alimondi, nonché con tutto il restante personale civile e di polizia lì in servizio, unitamente a quello sanitario e delle diverse realtà del privato sociale e delle istituzioni pubbliche che operano nel carcere,assicura un lavoro delicato e prezioso a favore delle persone detenute, con evidenti riflessi positivi verso tutta la collettività esterna, nonostante si sia costretti ad operare in condizioni logistiche notoriamente precarie. Questo straordinario presidio di sicurezza, caratterizzato da una missione con evidenti risvolti sociali, a dispetto delle carenze strutturali e con un personale che andrebbe, oltre che valorizzato ulteriormente, anche rimpolpato, costituito da donne e uomini impegnati nelle diverse branche presenti in ogni realtà penitenziaria, riesce comunque a dedicare attenzione, cura, ascolto alle persone ristrette, consentendo che la pena abbia una funzione rieducativa e risocializzante. Grazie al loro impegno, viene fornita l’occasione alle persone ristrette di riconoscere errori e fragilità tradottesi in reato, consentendo di profittare di una chance, di nuove opportunità, al fine di provare a reintegrarsi utilmente nella società libera. Non è forse questa “buona e ragionevole sicurezza” che si offre al territorio ? Ma se tanto accade è anche perché la città di Pordenone e la sua operosa provincia sanno porsi con animo costruttivo e collaborativo verso gli operatori penitenziari, mostrando l’intelligenza di “investire” nelle persone, pure ove queste fossero ristrette. Quanto fanno gli operatori penitenziari non deve essere considerato, però, un regalo verso la collettività, ma la perfetta restituzione di ciò che impone la nostra Costituzione, l’Ordinamento Penitenziario e il sistema complessivo delle norme internazionali che dobbiamo rispettare. E’ certo, però, che da qui a qualche anno si porrà un serio interrogativo: davvero Pordenone, città della Cultura Europea, potrà fare a meno del Carcere e di quella risorsa preziosa, costituita dal personale penitenziario e da una variegata e importante comunità di operatori, del privato sociale, della scuola, del mondo della formazione professionale, della sanità, che oggi assicura dei servizi di cui manca il conto economico ma di cui si può intuire il profitto sociale di cui beneficia la Comunità locale, posto che entrerà in funzione un altro, ma moderno, istituto penitenziario nella vicina città di San Vito al Tagliamento ? Non sarà forse il caso di interrogarsi se si possano non disperdere esperienze, professionalità, storie di territorio che hanno trovato origine e risultati in quello che è il vecchio istituto di Piazza della Motta ? Sarebbe ragionevole, se non anche utile, profittare dell’apertura del nuovo istituto di San Vito al Tagliamento per immaginare un recupero, sempre in ambito penitenziario, del Castello per rilanciarlo, dopo una intelligente riqualificazione generale e organica dello stesso, quale, ad esempio, istituto destinato a ricevere persone detenute in semilibertà o ammesse al lavoro all’esterno, quindi impegnate nel lavoro per grande parte della giornata ? Parliamo di persone sottoposte a vincoli, che rientrano la sera in carcere, per il riposo e i controlli di rito, e che continuano ad essere obbligate a vincoli securitari, nel rispetto delle disposizioni impartite dalle competenti autorità giudiziarie. In tal modo, ove il Ministero della Giustizia lo consentisse, rimarrebbe a Pordenone un presidio di polizia penitenziaria e continuerebbero i rapporti proficui con il territorio. E se, invece, si pensasse ad un istituto esclusivamente dedicato alle persone detenute di sesso femminile, fornendo finalmente spazi esclusivi per la formazione professionale, scolastica, per la cura dei propri bisogni di donna, di madre, di persona che deve vincere la propria personale battaglia contro le “dipendenze” e che, semmai, ha subito esperienze di sfruttamento, posto che in regione v’è solo una sezione femminile, con numeri che non superano mai le 40 unità, presso la Casa Circondariale di Trieste ma che, a motivo delle deficienze strutturali e architettoniche, vede proprio le ristrette sacrificate e condizionate da spazi pensati all’epoca per i detenuti i quali, ovviamente, ne costituiscono la preponderante presenza, determinando un obiettivo “vulnus” in tema di pari opportunità di trattamento e reinserimento ? Tra l’altro, in Regione, è presente l’AIDIA (Associazione Italiana Donne Ingegneri e Architetti), che proprio in tema di studio per la rigenerazione di spazi detentivi rivolti alle donne ha fatto un proprio specifico ambito di studio e intervento. Insomma, non sarebbe male se da parte delle istituzioni ci si interrogasse al riguardo, prima che il Carcere di Pordenone si trasformi in un mero ricordo civico o in una foto di ricorrenze che non verranno più celebrate. A dire il vero, la presenza di tante autorità (il Sindaco Basso, l’Ass. Scalzotto, il Presidente della Fiera, Ing. Pujatti, il Prefetto Lastella, la Questore Colasanto e tanti altri ancora), può indurre a ritenere che uno scenario coerente e possibile che consenta la continuazione di un’esperienza sociale penitenziaria possa riproporsi nella bella e civile Pordenone. Il Garante confida che il Sindaco e la sua giunta sapranno utilmente interrogarsi al riguardo. Il Garante Regionale dei diritti della persona Enrico Sbriglia

