A 46 anni dalla tragedia del volo Itavia, l’ex ministro torna a sostenere la tesi dell’esplosione interna e richiama documenti sul terrorismo palestinese e sul cosiddetto Lodo Moro. Una ricostruzione controversa, diversa da quella affermatasi nelle sentenze civili.
Sono trascorsi quarantasei anni dalla notte del 27 giugno 1980, quando il DC-9 Itavia diretto da Bologna a Palermo precipitò nel Tirreno causando la morte delle 81 persone a bordo. Eppure Ustica continua ancora oggi a dividere, non soltanto sul piano storico e politico, ma anche sulle possibili cause che determinarono la distruzione dell’aereo.
A riportare l’attenzione su una delle ricostruzioni più controverse è Carlo Giovanardi, ex ministro e parlamentare per oltre trent’anni, che da tempo sostiene la tesi dell’esplosione di un ordigno collocato all’interno del velivolo.
Secondo Giovanardi, il DC-9 sarebbe stato distrutto da una bomba posizionata nella toilette posteriore. A sostegno della propria posizione l’ex ministro richiama in particolare le conclusioni di una perizia collegiale svolta nell’ambito del procedimento penale sulla tragedia.
Una tesi sulla quale, tuttavia, la storia giudiziaria di Ustica presenta conclusioni differenti. In sede civile si è infatti consolidata una ricostruzione che riconduce la tragedia alla presenza di altri velivoli nei cieli e all’ipotesi del missile, escludendo quella dell’esplosione di una bomba a bordo.
Dalla tragedia di Ustica alle carte sul terrorismo palestinese
La ricostruzione proposta da Giovanardi non si ferma però alle cause tecniche della distruzione dell’aereo.
L’ex ministro collega la vicenda al complesso scenario internazionale di quegli anni e, in particolare, ai rapporti tra l’Italia e le organizzazioni palestinesi.
Il punto di partenza è il cosiddetto Lodo Moro, espressione con la quale viene indicato il sistema di rapporti e intese che avrebbe consentito all’Italia di mantenere un particolare equilibrio con le organizzazioni palestinesi per scongiurare attentati sul territorio nazionale.
In questo quadro assume rilievo la vicenda di Abu Anzeh Saleh, esponente palestinese coinvolto nel caso dei missili terra-aria sequestrati a Ortona nel novembre del 1979.
Giovanardi richiama una serie di comunicazioni provenienti da Beirut e attribuite al colonnello Stefano Giovannone, allora uomo dei servizi italiani nella capitale libanese.
L’esistenza di documentazione relativa ai rapporti tra l’ambasciata italiana a Beirut e il governo nel periodo compreso tra il sequestro dei missili di Ortona e la mattina del 27 giugno 1980 è stata successivamente oggetto anche dell’attività istituzionale di desecretazione.
Ed è proprio la coincidenza temporale tra alcune di quelle comunicazioni e il giorno della tragedia a rappresentare, nella lettura di Giovanardi, uno degli elementi sui quali sarebbe necessario continuare a indagare.
Una storia che per Giovanardi va oltre Ustica
L’ex ministro inserisce così la tragedia del DC-9 all’interno di uno scenario molto più ampio.
Ustica, gli attentati di Fiumicino, il terrorismo internazionale, il caso Moro e le tensioni legate alla presenza delle organizzazioni palestinesi in Europa diventano tasselli di una stagione della storia repubblicana nella quale politica estera, intelligence e sicurezza nazionale si sovrapponevano continuamente.
Durante la sua esperienza nella Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, Giovanardi ha avuto modo di consultare documentazione riguardante proprio alcuni di questi rapporti.
Da qui nasce la sua convinzione che una parte delle carte debba essere riletta mettendo in relazione eventi che per decenni sono stati analizzati separatamente.
Due ricostruzioni che continuano a contrapporsi
È proprio questo il punto sul quale occorre distinguere i fatti dalle interpretazioni.
Giovanardi sostiene con forza la tesi della bomba a bordo. Sul versante della giustizia civile, invece, diverse pronunce hanno seguito la ricostruzione secondo cui il DC-9 fu coinvolto in uno scenario caratterizzato dalla presenza di altri velivoli, considerando fondata la tesi del missile e respingendo quella dell’esplosione interna.
Il contrasto tra queste ricostruzioni è uno degli elementi che ancora oggi alimentano il dibattito pubblico su Ustica.
A quasi mezzo secolo di distanza, dunque, la domanda non riguarda soltanto che cosa accadde materialmente al DC-9 quella sera.
Riguarda anche ciò che l’Italia sapeva, quali informazioni circolavano negli apparati dello Stato e quanto il contesto geopolitico e il terrorismo internazionale possano avere inciso su uno dei capitoli più dolorosi e controversi della storia della Repubblica.
Ed è proprio nelle carte, oltre che nelle sentenze e nelle testimonianze, che continua la ricerca di una verità capace di chiudere definitivamente una ferita aperta dal 27 giugno 1980.
Ustica, Giovanardi riapre il dibattito: «Sul DC-9 una bomba a bordo». Le carte e gli interrogativi ancora aperti

