Elegante. Sguardo dolce. Sorride spesso nelle foto. Laureata in archeologia, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Padova, Antonia Arslan di origine armena vive in Italia. L’Armenia è una terra antica e ricca di storie misteriose. Sul monte Ararat approdò l’Arca di Noè e Marco Polo l’attraversò durante i suoi viaggi. Furono chiamati santi dell’Ararat quei 10.000 soldati romani, che convertitesi al cristianesimo al tempo di Adriano e di Antonino il Pio, si sarebbero ritirati nella regione dell’Ararat per praticarvi vita ascetica. Armenia significa “paese degli uomini di Dio”. Ex repubblica sovietica, in origine conosciuta con il nome di Nairì, è stata il primo paese al mondo a convertirsi al cristianesimo. Le leggende, i miti, le storie sacre e profane ne fanno un luogo affascinante e segreto. Anche tristemente famoso per il genocidio perpetrato contro il suo popolo durante la Prima Guerra Mondiale. Antonia Arslan lo ha raccontato nel libro La Masseria delle Allodole vincitore del Premio Campiello nel 2004 cui sono seguiti altri riconoscimenti. Con il romanzo l’autrice entra nella storia tragica dell’Armenia narrata attraverso i ricordi familiari, una storia nella storia di chi è stato strappato alla propria terra per l’assurda pianificazione da parte del partito panturco di realizzare la Repubblica Turca attraverso l’eliminazione delle etnie minori. La Masseria delle Allodole è la casa costruita sulle colline dell’Anatolia, la casa della gioia dove dovranno incontrarsi il giovane Yerwant e suo fratello. Nel maggio 1915 inizia lo sterminio: tre bambine e un maschietto vestito da donna salperanno alla volta dell’Italia per raggiungere lo zio Yerwant, nonno dell’autrice, sopravvissuto per essere emigrato giovanissimo. Li attende Venezia. Il film realizzato dai fratelli Taviani sul racconto dell’Arslan ha reso immagini crudeli e maledettamente vere. Il cammino senza speranza, le violenze subite durante la deportazione procurano sdegno, riprovazione e paura… Desta orrore la convinzione di chi pensa che un genocidio sia una necessità storica. L’autrice in un’intervista definisce il genocidio armeno come “una decisione in cui i singoli elementi di un piano diabolico vengono posti in essere”. Dopo il successo del primo romanzo Antonia Arslan scrive La Strada di Smirne in cui ritroviamo i personaggi incontrati nella Masseria. Lo stile affabulatore coinvolge il lettore. L’autrice ha sempre amato raccontare storie. A sei anni il padre le regalò l’Enciclopedia della fiaba, un libro che ancora possiede. Le è piaciuto tantissimo leggere e fin da piccola ha coltivato la scrittura prima sotto forma di poesia e poi di racconto. Da grande ha intrapreso gli studi di archeologia rimanendo affascinata dalla Grecia per poi accorgersi non essere la sua strada. L’incontro con la grande poesia di Daniel Varujan fa nascere in lei qualcosa di magico. Il poeta armeno risveglia quella parte della sua coscienza con cui doveva fare i conti. Cosa sa della sua terra? Della lingua? “Il paese perduto” è presente con l’odore dei cibi, i colori…deve studiare, ricercare nella memoria, avvalersi di testimonianze. Varujan imprigionato come gli altri nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 1915 a Costantinopoli fece in tempo a portare con sé il manoscritto del poema Canto del pane, un inno alle cose semplici e umili della sua terra che hanno sempre qualcosa di sacro. Nel carcere riesce a scrivere qualche verso e Antonia curerà la sua raccolta rimasta incompiuta per la sua morte avvenuta nel 1915 e uscita postuma nel 1921. Come il poeta anche lei nutre la speranza che il Male verrà sconfitto e gli Armeni troveranno il loro Paradiso in cielo. Antonia Arslan ha studiato e lavorato a Venezia, la città ospita da secoli le comunità armene che hanno prodotto una cultura cosmopolita. Nel 2007 a Roma sulla Salita di S. Nicola da Tolentino è stato inaugurato il Monumento del Khatckar (croce in pietra) simbolo di amicizia tra l’Armenia e l’Italia. Un Khackar meraviglioso si trova anche a Venezia nell’isola di S. Lazzaro.

