Marginalità sociale e politiche di inclusione: il modello delle microaree e dell’housing sociale



La pandemia di COVID-19 ha prodotto una crisi sanitaria globale con forti conseguenze economiche e sociali, aggravando disuguaglianze già esistenti in Italia, come la povertà educativa e il calo della natalità. In risposta, l’Unione Europea ha attivato il programma NextGenerationEU, di cui il PNRR rappresenta lo strumento principale per la ripresa del Paese. Il Piano mira a sostenere la crescita economica e a rafforzare inclusione e coesione sociale, con particolare attenzione alle fasce vulnerabili, tra cui le persone senza dimora, attraverso investimenti e riforme orientati alla tutela dei diritti fondamentali e a condizioni di vita dignitose.
In questo quadro, le politiche territoriali assumono un ruolo centrale. La Regione Friuli Venezia Giulia sottolinea l’importanza della dimensione comunitaria come fattore di resilienza sociale, evidenziando il legame tra benessere collettivo, fiducia istituzionale e riduzione delle disuguaglianze. In tale contesto si colloca il progetto Habitat Microaree di Trieste, un modello di welfare di comunità basato su collaborazione tra Comune, Azienda sanitaria, ATER e soggetti del terzo settore. L’obiettivo è ridurre le disuguaglianze socio-sanitarie attraverso interventi di prossimità, ascolto attivo e partecipazione dei cittadini.
Il progetto rappresenta un esempio di prevenzione sociale primaria anche in chiave criminologica, poiché interviene sui fattori di rischio legati a marginalità, isolamento e povertà. Le teorie sociologiche evidenziano infatti come tali condizioni aumentino la probabilità di devianza e vittimizzazione. Rafforzare il capitale sociale e le reti di comunità significa quindi ridurre le opportunità criminogene e migliorare il controllo sociale informale. Questo approccio è coerente con le strategie internazionali di prevenzione promosse da OMS e UNODC, che pongono l’accento sulle determinanti sociali del benessere e della sicurezza.
Un ulteriore elemento centrale è il tema della connessione sociale, considerato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità un determinante fondamentale della salute. La solitudine è un fenomeno trasversale che riguarda tutte le età e non solo gli anziani, con impatti rilevanti sul benessere psicologico e sull’inclusione sociale. Per questo, il rafforzamento delle relazioni comunitarie è oggi una priorità delle politiche pubbliche.
Nel contesto triestino, il modello Habitat Microaree si è consolidato come pratica stabile di welfare di prossimità, migliorando la qualità della vita e rafforzando le reti sociali nei quartieri più fragili. Su questa esperienza si inserisce il progetto Casa Capon, inaugurato nel 2026 a Opicina grazie ai fondi PNRR, che riqualifica uno spazio degradato trasformandolo in struttura di social housing polifunzionale.
Il progetto si ispira ai modelli Housing First e Housing Led, che considerano l’abitazione un diritto primario e uno strumento essenziale di inclusione. Housing First prevede l’assegnazione immediata di una casa, mentre Housing Led offre soluzioni temporanee accompagnate da percorsi di autonomia. Questi modelli sono efficaci nel contrasto all’emergenza abitativa e nella prevenzione dell’esclusione sociale.
Dal punto di vista criminologico, tali interventi agiscono sui fattori strutturali della devianza, riducendo precarietà abitativa e isolamento sociale, elementi correlati a comportamenti devianti e conflittualità urbana. Inoltre, favoriscono il reinserimento di soggetti in uscita dal sistema penale, riducendo il rischio di recidiva attraverso la ricostruzione di legami sociali e lavorativi.
In conclusione, l’integrazione tra politiche abitative, sociali e sanitarie rappresenta una strategia fondamentale per promuovere inclusione, sicurezza e coesione sociale. Esperienze come Habitat Microaree e Casa Capon mostrano come il welfare di comunità possa diventare uno strumento efficace non solo di protezione sociale, ma anche di prevenzione della devianza e rafforzamento della resilienza collettiva.




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