È con un senso di sgomento profondo che ci si confronta con quanto accaduto a Vasto, dove un padre ha ucciso il proprio figlio al culmine di una relazione segnata da conflitti, tensioni e fragilità che, nel tempo, non hanno trovato contenimento né trasformazione. Non è solo un fatto di cronaca: è una frattura nella trama stessa dei legami umani, là dove dovrebbe esistere protezione e invece emerge distruzione. Da un punto di vista psicologico e psicoterapeutico, ciò che colpisce non è l’evento isolato, ma il processo: una lenta deriva fatta di incomprensioni, aspettative deluse, ruoli irrigiditi e incapacità reciproche di riconoscere il dolore dell’altro. La letteratura sistemico-relazionale (Minuchin, Bowen) ci insegna che quando una famiglia perde flessibilità e capacità di comunicare, il conflitto non si risolve: si accumula, si amplifica, si incarna nei corpi e nelle reazioni, fino a esplodere. Sul piano neuropsicofisiologico, questi momenti non sono “follie improvvise”, ma stati di alterazione profonda della regolazione emotiva: l’amigdala iperattiva legge minacce ovunque, mentre la corteccia prefrontale — quella che ci permette di fermarci, pensare, scegliere — si spegne o perde efficacia sotto stress intenso (Raine, Blair). L’organismo entra in una condizione di allarme totale, guidato dall’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, con un’inondazione di cortisolo e catecolamine che restringe il campo della coscienza: non si riflette, si reagisce. In questo spazio ristretto, la relazione si trasforma in scontro, l’altro non è più una persona ma un ostacolo, una minaccia, uno specchio intollerabile delle proprie frustrazioni. Le neuroscienze della violenza ci mostrano come, in queste condizioni, il comportamento possa diventare impulsivo, disorganizzato, tragicamente irreversibile. La criminologia, da parte sua, parla di violenza situazionale, di “passaggio all’atto” dentro relazioni strette, dove il legame stesso diventa il teatro della distruzione (Agnew, Campbell). Non c’è quasi mai una sola causa: c’è una stratificazione, una storia che si addensa. Aspettative genitoriali, fallimenti percepiti, perdita di controllo, precedenti dinamiche aggressive: ogni elemento aggiunge pressione a un sistema già fragile. E quando non esistono spazi di parola, mediazione, contenimento, quella pressione cerca una via di uscita. Umanizzare questi eventi non significa giustificarli, ma comprenderne la profondità tragica: significa riconoscere che la violenza estrema nasce spesso dove il dolore non ha trovato ascolto, dove la regolazione emotiva è stata compromessa, dove le relazioni si sono irrigidite fino a diventare insostenibili. Superumanizzare, forse, significa andare oltre il giudizio immediato e interrogarsi su ciò che, come comunità e come sistema di cura, non siamo riusciti a intercettare in tempo. Perché ogni tragedia di questo tipo interroga tutti: clinici, istituzioni, società. E ci ricorda che la prevenzione non è un atto astratto, ma un lavoro concreto, quotidiano, fatto di ascolto, intervento precoce e responsabilità condivisa. Dottor Gilberto Di Benedetto Psicologo, Psicoterapeuta
QUANDO LA FAMIGLIA DIVENTA IL LUOGO DELLA FRATTURA: NEUROSCIENZE, DOLORE E IL LIMITE ESTREMO DEL LEGAME UMANO

