Quel telefonino che può costare una vita: basta smartphone durante i lavori pericolosi

La distrazione digitale entra nei cantieri, nelle fabbriche e nei magazzini. Una notifica può bastare per compromettere la sicurezza. Serve una stretta: il telefono personale deve restare fuori dalle aree operative. C’è un rischio silenzioso nei luoghi di lavoro: lo smartphone. Un oggetto apparentemente innocuo, diventato inseparabile dalla nostra quotidianità, che può trasformarsi in un pericoloso fattore di distrazione quando si lavora con macchinari, si guidano mezzi industriali, si movimentano carichi o si opera in quota. Bastano pochi secondi davanti a uno schermo per perdere il controllo di ciò che accade intorno. La psicologia cognitiva lo spiega chiaramente: il cervello non gestisce senza conseguenze due attività complesse contemporaneamente. Una telefonata o un messaggio possono ridurre attenzione, percezione del pericolo e rapidità di reazione. In Italia gli infortuni mortali sul lavoro continuano a rappresentare un’emergenza nazionale. Non sarebbe corretto attribuire allo smartphone le tragedie registrate dall’INAIL senza prove specifiche, ma sarebbe irresponsabile ignorare un fattore di rischio che può essere prevenuto. La proposta è concreta: vietare l’utilizzo personale del telefonino durante tutte le operazioni ad alto rischio, prevedendo aree di custodia, pause dedicate e sistemi alternativi per le comunicazioni urgenti. Le aziende devono inoltre evitare di pretendere risposte immediate da chi sta utilizzando attrezzature pericolose. Non è una guerra alla tecnologia, ma una battaglia per la vita. Il decreto legislativo 81/2008 impone alle imprese di valutare i rischi e tutelare i lavoratori: la distrazione digitale deve entrare seriamente nella cultura della prevenzione. Una notifica può aspettare. Una telefonata può essere richiamata. Un lavoratore che non torna a casa non può essere sostituito da nessuna tecnologia. La sicurezza viene prima della connessione. Nei luoghi di lavoro pericolosi, il telefonino deve restare fuori gioco. Gilberto Di Benedetto Psicologo e psicoterapeuta

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