A quarantacinque anni dalla tragedia, la strage di Ustica torna al centro dell’attenzione giudiziaria. Domani, a Roma, è in programma una nuova udienza davanti al giudice per le indagini preliminari Livio Sabatini, chiamato a pronunciarsi sulle richieste di archiviazione avanzate dalla Procura della Capitale in relazione a due distinti fascicoli, oggi riunificati.
Il procedimento riguarda il Dc9 Itavia precipitato il 27 giugno 1980 nei cieli del Tirreno, con la morte di 81 persone. Un evento che, nonostante decenni di inchieste, resta ancora privo di colpevoli certi e di una verità giudiziaria definitiva.
Il primo fascicolo, aperto nel 2008, ipotizza che l’aereo civile sia stato coinvolto in uno scenario di guerra aerea, durante un’operazione militare che avrebbe visto caccia occidentali inseguire un Mig libico. Secondo la Procura, il Dc9 non sarebbe stato colpito direttamente, ma distrutto da una “quasi collisione”: un jet militare sarebbe passato a distanza talmente ravvicinata da provocare, con l’onda d’urto, la rottura strutturale dell’aereo. La richiesta di archiviazione si fonda sull’impossibilità di individuare i responsabili, anche a causa della mancata collaborazione di Stati Uniti e Francia.
A questa ricostruzione si oppone però l’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica, guidata da Daria Bonfietti. Pur condividendo il quadro generale delineato dalla Procura, l’associazione contesta la tesi della “quasi collisione” e sostiene che il Dc9 sia stato abbattuto da un missile esploso a brevissima distanza dalla fusoliera. Secondo i legali dell’associazione, Alessandro Gamberini e Daniele Osnato, nuovi accertamenti sul relitto — oggi conservato al Museo per la Memoria di Ustica, a Bologna — potrebbero fornire elementi decisivi. Tra le richieste presentate al giudice figurano anche l’acquisizione di ulteriore documentazione, una rogatoria internazionale nel Regno Unito e una nuova analisi dei tracciati radar.
Parallelamente, resta aperto il secondo fascicolo, relativo all’ipotesi della bomba a bordo, sostenuta dall’associazione “Verità per Ustica”, presieduta da Giuliana Cavazza. La Procura ritiene questa pista priva di fondamento, ma l’associazione ha formalmente presentato opposizione all’archiviazione. A sostenere questa tesi è anche l’ex ministro Carlo Giovanardi, da tempo vicino al comitato: secondo lui, le prove indicherebbero chiaramente la presenza di un ordigno esplosivo e i responsabili, sebbene oggi anziani, sarebbero ancora perseguibili.
Prima di entrare nel merito delle due ricostruzioni contrapposte, il giudice dovrà sciogliere alcuni nodi procedurali, tra cui l’individuazione completa delle parti offese e la valutazione della richiesta di ammettere la Presidenza del Consiglio dei ministri come parte lesa nel procedimento.
Ancora una volta, dunque, la strage di Ustica si confronta con il suo nodo irrisolto: una verità frammentata, divisa tra ipotesi opposte, e una giustizia che, a distanza di decenni, continua a cercare risposte per le vittime e per i loro familiari.

